Legittimazione neutra

una tappa di Pauline Surgo.

Se oggi buttassimo un occhio a un documento d’identità Belga, non noteremmo nessuna differenza con una carta di identità Italiana ove si trova una piccola F/W o una M di fianco al nome dell’individuo a indicare il suo genere.

Ma dietro a questo documento si cela un’intenzione sebbene nobile, piuttosto controversa. In Belgio infatti si vorrebbe cancellare l’indicazione di genere. Inizialmente si era pensato di creare una terza categoria, indicata con una X come alternativa al maschile/femminile ma si è infine optato per una rimozione totale di qualsiasi riferimento al genere nell’ottica di eliminare ogni etichetta binaria e raggiungere una neutralità di genere sui documenti.

Questa decisione compare in un disegno di legge portato avanti dal primo ministro liberale Alexandre de Croo, mirando a facilitare l’integrazione e a prevenire discriminazioni nei confronti delle persone transgender, intersessuali o chiunque non si identifichi in una semplice casella.

Questa casella infatti può alle volte prendere le sembianze di vera e propria gabbia da cui si fatica a uscire, una lettera scarlatta cucita sul petto che grava su una percentuale non trascurabile della popolazione: secondo i dati del sondaggio Gender Census 2019, il 66,4% delle persone si definisce non binario e afferma che la propria identità di genere non sia accuratamente descritta dal binarismo e che di conseguenza non rientri nella casella MASCHIO/FEMMINA. 

Fortunatamente, da tre anni a questa parte questi individui in Belgio hanno almeno la possibilità di cambiare senza grandi intoppi la casella di appartenenza all’anagrafe. Per fare ciò basta legalmente affermare che non ci si identifica al genere assegnato alla nascita. Certo, un bel passo avanti rispetto ad altri 19 paesi europei in cui per cambiare genere sui documenti è ancora obbligatorio essersi sottoposti all’operazione di transizione.

Ma non è ancora sufficiente.

Nonostante la versione definitiva del disegno di legge stia muovendo molto lentamente i suoi passi (come ogni decisione di questo calibro) intralciata dalla destra del Paese nonché criticata da una parte della stessa comunità LGBTQIA+ che considera questo sforzo “lodevole ma superficiale”, i poteri pubblici protendono verso la totale rimozione del genere dai documenti di identità.

Effettivamente però, la comunità LGBTQIA+ non è stata l’unica a considerare questa azione superficiale.

Anche la Corte Costituzionale Belga riteneva che il semplice fatto di abolire il genere sull’atto di nascita non fosse sufficiente, di conseguenza in seguito a una sentenza emessa nel 2019, questo fenomeno non si limiterà strettamente al pezzo di carta (o più precisamente di plastica) della carta di identità, ma si estenderà opportunamente anche agli organismi interconnessi a essa come tutti i documenti relativi al pagamento delle tasse e i Documenti di Previdenza Sociale (Tessera Sanitaria).

Non ancora sufficiente però per le associazioni LGBTQIA+, che sono sul piede di guerra poiché, nonostante la rimozione dai documenti direttamente legati all’identità sopracitati, l’indicatore di genere non verrà rimosso dal registro nazionale (il sistema di trattamento delle informazioni che assicura la memorizzazione e la comunicazione di informazioni relative all’identificazione dei cittadini) ma soprattutto dai documenti internazionali (passaporto) sui quali l’Unione Europea esige formalmente questa menzione, una contraddizione che, a detta degli attivisti, non può essere sottovalutata.

Quando riuscirà dunque il Belgio a seguire le orme dei loro predecessori, Germania, Australia e India, che hanno riconosciuto legalmente il genere “neutro”?

La stima di un paese senza etichette binarie si aggira intorno al 2024.

Un passo apprezzabile, ma che sarà messo in atto più di 10 anni dopo la dichiarazione del Consiglio Europeo del 2015 di permettere ai membri intersessuali della comunità di potersi astenere dallo scegliere un genere sui documenti anagrafici. Purtroppo si contano sul palmo della mano i paesi che hanno preso questa decisione.

Per concludere, come nella maggior parte dei casi legati ai diritti e alla credibilità degli individui della comunità LGBTQIA+ ci troviamo di fronte a una faccenda complessa e spinosa, che unisce spiragli di speranze e di civiltà a nubi di controsensi e contraddizioni da parte di istituzioni e governi.

Ma, nonostante possa essere considerato un atto incompleto o anche simbolico, l’augurio è che questo passo da parte del Belgio possa restituire serenità e dignità alle persone non binarie che finora si sono viste obbligate a crocettare una casella estranea alla loro identità e proprio su questo terrei a soffermarmi ancora un po’. Effettivamente avrei potuto concludere questo articolo di attualità qui, ma, dal momento in cui ho iniziato a informarmi per scriverlo, mi è sembrato tutto troppo meccanico.

Come se parlare di leggi, di documenti fiscali, di date indicative e di statistiche avesse quasi fatto passare in secondo piano che, alla fine, si sta parlando di identità umane. Si sta parlando di persone che si trovano limitate nell’esprimere ciò che profondamente sono.

Persone a cui si sta vietando di non identificarsi a una categoria. 

Ho la profonda convinzione che si fatichi così tanto a lasciare carta bianca agli individui poiché la categoria è un concetto che rassicura, un ripiano su cui si sa che si possono riporre delle persone come se fossero semplici oggetti.

La categoria è una mensola che dà un’illusione di certezza, che tranquillizza i poteri forti e le istituzioni e permette loro di fare ordine. E non importa se per infilarci qualcosa le si spezzano i bordi, l’importante è che entri in quella mensola e che ci rimanga.

A tal proposito ho iniziato a concentrarmi maggiormente sul sentimento di frustrazione e di umiliazione che deve derivare dall’essere infilati brutalmente in una di esse, all’amputazione identitaria a cui troppe persone (non numeri, non oggetti ma persone) vengono sottoposte quotidianamente.

Articolo dopo articolo, non vi nego che mi si sia chiuso lo stomaco, come spesso capita quando un tema sociale viene ridotto a una semplice decisione politica, una trattativa che chiusa la porta della meeting room o usciti del parlamento cessa di esistere, senza tenere conto della moltitudine di persone appese a questi verdetti.

Ma quale arte mi direte voi, torna con i piedi per terra.

Invece vi dirò una cosa, nelle mie ricerche ho avuto anche la grande fortuna di venire a conoscenza di un personaggio il cui lavoro mi ha affascinata e a cui dedicherò l’ultima sezione di questo articolo: il grafico Tristan Bartolini.

 Quest’ultimo, in questo periodo storico è certo che la lingua Francese in questo caso (ma state sereni che quella Italiana non vi fa eccezione) metta da parte una grandissima fascia della popolazione che “oggi più che mai cerca di farsi spazio nel mondo”.

Okay direte ancora voi, nobile riflessione, ma quindi?

Sono anni che perdiamo la testa a usare asterischi, schwa, slash, x e puntini per non usare solo maschile e femminile, ma per cosa? I puristi della lingua si oppongono fermamente, arrivando anche ad affermare che questi meccanismi siano un pericolo mortale per la lingua, una minaccia o semplicemente inutili (si, gli stessi “puristi” che hanno introdotto il termine celodurismo nel vocabolario). 

 s. m. [der. arbitrario della frase «la Lega ce l’ha duro», grido di protesta del partito denominato Lega Nord, con riferimento traslato al carattere «maschio» del partito stesso]. – Nella pubblicistica politica degli anni Novanta, tendenza ad assumere, nelle decisioni della politica, atteggiamenti di brutale radicalità e intransigenza, anche a costo di essere sboccati e volgari.

Ma stendiamo un velo pietoso e torniamo a noi.

Cosa starà facendo di tanto speciale questo ragazzo? 

Tristan Bartolini potrebbe essere in procinto di inventare l’alfabeto del futuro: un alfabeto non sessista e non binario che possa inglobare ogni individualità. Il suo alfabeto comprende unicamente degli “épicènes” ovvero nomi che hanno la stessa forma per i due generi, possibili grazie a nuovi caratteri da lui messi a punto. 

Questi nuovi caratteri non tolgono, ma aggiungono. Più precisamente sovrappongono sia il maschile che il femminile unendo due lettere (come già esiste nei paesi francofoni con la œ) per creare finali neutre da applicare a ogni parola e pronome.

Esempio: I pronomi Egli ed Ella

Diventano:

Oppure: Furbo + Furba

Che diventano: 

(fonte: franceCulture)

Il maschile e il femminile che si abbracciano in una sola lettera, applicabile a chiunque.

Questo progetto, che nasce come prettamente tipografico permetterebbe non solo di spianare la strada a un linguaggio fluido, ma anche di eliminare il patriarcato radicato da secoli nella lingua. Tristan ha avuto l’idea geniale di battersi contro questi aspetti della lingua cercando nuovi strumenti per farlo e trovando soluzioni grafiche per non modificare le lettere, ma bensì sovrapporle.  Infatti, senza grandi sforzi, si possono ancora chiaramente intravedere entrambe le finali.

Decine di grafici e designers stanno seguendo le sue orme per perfezionare questo alfabeto inclusivo insieme a linguisti ed esperti di fonetica nell’ottica di adattarlo anche alle altre lingue. In italiano infatti sarebbe assolutamente possibile creare una lettera unendo due finali.

Esempio: 

(fonte: le mie scarsissime doti artistiche su Canva)

Tristan conclude:
“L’arte e il design hanno il potere di alimentare ogni dibattito sociale e politico”, e io mi trovo estremamente d’accordo.

A questo punto mi viene da interrogarmi se mai un giorno nell’arco della nostra esistenza avremo la fortuna di assistere alla lettura di un documento ufficiale totalmente privo di genere redatto in alfabeto inclusivo. Un’utopia forse, ma una grande aspirazione e un passo fondamentale per scardinare mensole fin troppo antiche e polverose.

all pictures by Martina Matencio.

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