Similitudini

un racconto di Giacomo Vaccarella,
editing di Anna Chiara Bassan.

Da quando erano piccoli li scambiavano sempre l’uno per l’altro. Alessandro e Eugenio; Eugenio e Alessandro. Nonostante la parentela, dal punto di vista fisico erano l’opposto: Eugenio era biondo, aveva i capelli giallo canarino, lunghi e liscissimi, la pelle pallida, due occhi azzurri chiari. Alessandro aveva una fisionomia scura, tipicamente mediterranea, i capelli increspati e disordinati, ma ogni volta era la stessa storia. Tutti gli chiedevano se erano fratelli. Eugenio e Alessandro non ci facevano caso.

Rispondevano solo: «No, siamo cugini». 

Era estate, avevano appena finito il liceo, e come ogni anno Alessandro era andato al Casale in campagna di Eugenio. Nei pomeriggi più lenti, lo Zio li portava giù alla grotta a sparare con il fucile, spiegando come prendere la mira e tarare l’ottica. Sparavano alle lattine di birra, facendo un passo indietro ogni volta che il colpo andava a segno. Provavano una speciale soddisfazione ad ascoltare il rumore del colpo e a vedere il fumo bianco alzarsi dalla canna. Ma quando lo Zio diceva: «Basta», prendeva il fucile e tornava a nasconderlo in casa, lasciandoli con un piccolo bersaglio color arcobaleno e un fucile che sparava pallini di gomma. 

Alessandro lo notò per la prima volta mentre stavano ammazzando il tempo in paese. Sulla vetrata di un negozio aveva visto passare il loro riflesso. Fu un attimo, l’aveva visto appena. La testa appesa e penzolante, la schiena curva, le spalle chiuse sul petto, il passo lento e lungo; gli parve che i loro corpi si sovrapponessero alla perfezione. Guardò Eugenio, pensieroso accanto, e non capì se avesse fatto caso a quell’immagine. Attraversarono il Corso, Alessandro allungava l’occhio a ogni riflesso che vedeva tra i finestrini delle macchine, le vetrate dei negozi, alle finestre di un appartamento al piano terra. A volte il loro movimento era simbiotico, quasi sovrapponibile, altre volte coglieva con chiarezza la loro diversità, ma non era mai convinto di una o dell’altra cosa. 

I giorni dopo tenne d’occhio ogni movimento del cugino. Notò i loro sguardi, mobili e inquieti, pensierosi e sognanti, identici; poi un gesto della mano, un sorriso accondiscendente a mezza bocca quando volevano evitare di rispondere, che Alessandro non poteva dire chi lo avesse inventato per primo. Parlavano nello stesso modo, anche, con le stesse pause tra le frasi e le stesse indecisioni quando dovevano scegliere una parola. Avevano le stesse immagini interiori, quelle impressioni che si depositano dentro guardando il mondo e che tornano in superficie con la Personalità.  

Da un giorno all’altro la presenza del cugino gli era diventata fastidiosa. Provava a schivarlo, a stargli lontano come poteva. Evitava di partecipare alle cene che la Zia organizzava in veranda. Non andò più a sparare alla grotta o a raccogliere le uova alla fattoria. Invece partiva per lunghi giri in bici, appena il sole era meno caldo, allontanandosi il più possibile dal Casale, dagli Zii, dal cugino, spingendosi giù per strade che non aveva mai fatto, fuori dalla spianata degli oliveti. Pedalava fino a quando era così stanco da accasciarsi sotto un albero. 

L’ultimo giorno prima della partenza gli Zii erano fuori. Eugenio entrò in camera sua. Teneva il bersaglio in una mano e il fucile nell’altra. 

«È il fucile di Papà», disse.

Andarono in giardino. Eugenio passò il fucile ad Alessandro e corse giù alla rete a posizionare il bersaglio, mentre l’altro controllava che fosse dritto. Eugenio alzò il pollice in modo interrogativo, in quel linguaggio silenzioso che avevano stabilito per comunicare da lontano. Alessandro vedeva la sua faccia al centro del mirino, nel punto in cui si spezzava la croce, e la teneva immobile come gli aveva insegnato lo Zio, controllando il respiro, distendendo i muscoli del braccio e del collo come una pratica Zen. Fu un gesto banale, come bere un bicchiere d’acqua, guardare l’ora, allacciarsi le scarpe, soffiarsi il naso e premette il grilletto. 

A settembre Alessandro partì. Andò a vivere a Copenaghen e per tutto l’anno non tornò a Roma, nemmeno per le feste di Natale. La sicura del fucile aveva bloccato il colpo ma per lui era come se avesse sparato. Dalla sua partenza, non aveva più visto e sentito Eugenio, fino a quando l’estate dopo gli Zii insistettero che venisse al Casale, almeno per una notte, non sapendo niente di quello che era accaduto. Quando Alessandro imboccò la strada sterrata, una strada dritta e mozzicata dai dossi, pensava a Eugenio e se avesse capito che la scorsa estate aveva provato a sparargli. Al cancello gli Zii gli vennero incontro prima ancora di scendere dalla macchina e il cugino lo salutò come se niente fosse. 

Il giorno dopo era particolarmente caldo. Dopo pranzo, Eugenio entrò in camera sua con il fucile e gli chiese se voleva andare a sparare nell’oliveto.

Come al solito erano andati in direzione della Fattoria. Fuori i campi ingialliti si rispecchiavano nel cielo pallido. Gli idranti suonavano spargendo in cerchio l’acqua sul terreno secco. Alessandro pensava che fossero usciti troppo presto, perché i trattori erano ancora fermi ai bordi dei campi e in lontananza si alzavano poche scie di polvere dei furgoni. Di fronte a lui, Eugenio camminava silenzioso, con la canna del fucile che ondeggiava sopra la spalla.

Adesso non si somigliavano più, pensava Alessandro.

Proseguirono lungo la strada che entrava nell’oliveto. Sotto i loro piedi, la ghiaia scricchiolava e l’afa estiva del primo pomeriggio appesantiva l’aria polverosa della campagna. Erano già zuppi di sudore quando arrivarono alla fattoria. 

«Andiamo di qua», disse Eugenio, indicando con il fucile una cinta di alberi in fondo al campo, «Mamma dice che dovrebbe esserci un lago».

Saltarono il fossato e entrarono nel campo. La luce era pallida, senza uno spiazzo d’ombra. A passi pesanti attraversarono il campo, spuntando oltre gli alberi. 

Il lago era più uno stagno. Sopra lo specchio d’acqua gli sciami di moscerini volavano a mezz’aria, pizzicandogli la faccia sudata. Alessandro si appoggiò al muretto di pietra e guardò giù l’acqua verdeggiante. Ferme sulla superficie c’erano centinaia di rane. 

«Spariamo» disse Eugenio.
La canna del fucile fece un inchino e infilò la pallottola.
«Hai preso il fucile di Zio?» chiese Alessandro. Eugenio sorrise da dietro il mirino.

Le rane affondavano lentamente nell’acqua salmastra appena venivano colpite e le altre saltavano via spaventate a morte. I cugini restavano immobili fino a quando gli occhietti delle rane tornavano in superficie come bolle d’aria e il fucile sparava di nuovo. Nelle attese, Alessandro avrebbe voluto chiedergli qualcosa. Aveva la sensazione che Eugenio sapesse che aveva provato a sparargli. Magari l’aveva capito quando era corso via in bici, dopo che la sicura aveva fermato il grilletto.

Però non disse niente. Era più semplice sparare.

Dopo un’oretta, nessuno dei due aveva sbagliato un colpo.
«Andiamo a sparare nell’oliveto» disse Eugenio.

Alessandro cominciò a camminare dentro l’oliveto contando i passi. Arrivato a cinquanta appese il bersaglio a un ramo. Sollevò il pollice, aspettando la risposta dell’altro. Eugenio era con il fucile spianato verso di lui. Un filo di fumo bianco era sospeso in aria sopra la canna e Alessandro non capì perché non avesse sentito il rumore dello sparo o il dolore del colpo.

tutte le fotografie di Grace Martella.

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