Domenica

un racconto di Lucia Visonà,
editing di Tommaso Z. Contò.

Da quando era nata, in un anno indefinito tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale, la signorina Nellì non aveva mai mancato la Santa Messa domenicale delle dieci. E questo dovrebbe costituire in qualche modo un record universale.

Sono le sei e quarantasette di una domenica mattina di gennaio. La signorina Nellì si sveglia, da dietro il velo della cataratta i suoi occhi riconoscono nel buio la lucetta rossa della sveglia: 6:47. Il sole non è ancora sorto (“alba ore 7:38”, diceva il giornale di ieri) ed è di cattivo gusto alzarsi prima di lui. Decide di rimanere a letto, adagiando la colonna vertebrale ai grumi del materasso di lana. Immobile.

Da un po’ di tempo non dorme più bene, si sveglia la mattina e le sembra di non avere neanche chiuso occhio. Ha sentito dire — non ricorda dove — che i vecchi faticano a dormire perché il sonno è la cosa più vicina che esista alla morte. Comunque non le piace pensare a queste cose, tanto meno così presto.

Le prude un sopracciglio. Forse le prude da ancora prima che si svegliasse. Se ne sta lì, il prurito, aspettando che lei faccia qualcosa. Muove lenta la mano per grattarlo, anzi muove solo il medio e l’anulare. E non è nemmeno un grattare: lo strofina, anzi lo accarezza. Da quando è vecchia i suoi gesti, e anche i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue sensazioni sono diventati tutti quanti più deboli. Le sembrano scadenti, come le confezioni di biscotti sottomarca o le bustine di dolcificante nei bar.

Prende il rosario appeso alla spalliera del letto e dice un paio di decine finché il sole sorge.

Alzarsi nell’ultima stagione della vita è più di un’azione, è uno sforzo di volontà: implica tenacia, sofferenza, la tensione sincronica di muscoli ormai atrofizzati. Puntandosi con le mani ossute contro il materasso sollevare la schiena e far scivolare le gambe oltre il letto, prima una e poi l’altra, con una torsione del busto di quarantacinque gradi. Cercare le pantofole con la punta dei piedi, trovarle e poi buttarsi giù con una spinta da un’altezza vertiginosa di cinquantasette centimetri. Con un breve tonfo la signorina Nellì atterra anche questa mattina sul pavimento della sua stanza.

Per prima cosa apre le finestre per fare uscire i germi della notte, come le hanno insegnato a scuola nelle lezioni di igiene. Sotto il suo sguardo annebbiato si stende il miracolo dell’inverno. Tetti innevati, aiuole bianche, il campanile grigio della chiesa del Crocefisso, quasi severo in tutto quel candore, e dietro il lago a fare da sfondo. La signorina Nellì si sente sconvolta da tutta quella bellezza offertale così, gratuitamente, e di primo mattino.

Bisbiglia veloce un Gloria ed esce dalla camera da letto.

I pavimenti nelle case delle anziane signore sono quasi sempre scuri. Bui, si potrebbe dire, e lucidi in maniera innaturale. D’altronde le proprietarie portano scarpe comode con la suola liscia che non lasciano segni. Dalla camera da letto si raggiunge la zona giorno attraverso il corridoio, una decina di passetti medio-brevi. Il soggiorno è diviso in salotto e sala da pranzo. A sinistra, invece, c’è la cucina, piccola e poco accessoriata: mangiare non è una priorità per il corpo ossuto che risponde al nome di Nellì. I pasti solitari avvengono qui, sul tavolino coperto da una tovaglia macchiata di sugo, apparecchiato con piatti sbeccati per non tirare fuori il servizio buono. 

Mangiare non le è mai piaciuto, non la emozionano i sapori che si stringono tra lingua e palato, anzi più un boccone è saporito più lei lo trova sgradevole e fa di tutto per mandarlo giù in fretta. La sua dieta si basa su pochi piatti insipidi: minestrine, verdure lessate, mele cotte, riso in bianco. La colazione prevede una tazza di latte tiepido e qualche biscotto. In verità lei ha sempre preferito il tè. Il ritorno a questa forma alimentare dell’infanzia, che dall’esterno potrebbe sembrare una sorta di chiusura del “cerchio della vita”, è dovuto alla caffeina presente nelle foglie della camellia sinensis e al senso di agitazione che le provoca.

Dopo aver finito velocemente il pasto mattutino, la signorina Nellì si sposta in sala, dove ascolta un po’ di Radio Maria prima di prepararsi per uscire. La radio è sul ripiano della credenza, il mobile che custodisce anche il “servizio buono”, l’argenteria e una serie di tovaglie ricamate a mano che risalgono al corredo di qualche antenata. Si siede su una delle due poltrone e allunga il braccio per regolare il volume. Ogni domenica lo alza un po’.

Ogni domenica — a utilizzare come unità di misura la rotellina dell’audio — il suo udito peggiora di qualche millimetro.

Il titolo della riflessione proposta oggi, tra la Santa Messa delle 8:00 trasmessa da Rovereto e quella delle 10:30 in diretta da un monastero di suore benedettine nel modenese, è “Il signore verrà nella gloria, riflessioni sulla vita dopo la morte”. La voce del conduttore è mite e noiosa.
La signorina Nellì intanto si guarda intorno, nella grande stanza che occupa quasi metà dell’appartamento. Molte vecchie fotografie sul tavolino, come in quasi tutte le case di persone anziane. Il matrimonio dei genitori. Suo padre e i suoi baffi già allora fuori moda. Sua madre con i capelli grigi, sullo sfondo un campo di granturco, la stessa foto che ha sulla tomba.

Lei come coppia li ha sempre trovati poco credibili. Lo sguardo duro del padre sembra fuori posto accanto alla faccia tonda da contadina della madre. Li ha amati molto entrambi, questo è certo, ma separatamente. A essere sinceri, nella sua testa il nucleo familiare è spesso ridotto all’uno o all’altro dei genitori, senza mai raggiungere il tre, tanto celebrata cifra perfetta. Ma criticare chi ci mette al mondo, analizzarne i comportamenti, calcolarne i gesti affettuosi, le parole dolci e i rimproveri per vedere che effetto hanno avuto sulla nostra psiche è un affare moderno che non si addice alle donne come la signorina Nellì, vissuta per tre quarti nel ventesimo secolo e allevata secondo un sistema educativo decisamente ottocentesco. Lei si limita a osservarli, con gli occhi e con la memoria, per quanto può. Nota che suo padre ha una voce potente ed è sempre deciso, sicuro di sé. Esprime questa sicurezza in tutto quello che fa, dal sostenere una causa in tribunale al bere il caffè. Sua madre invece ha un’aria dimessa. Muove molto le mani sia quando cuce che quando cucina, le muove più del dovuto, come se avessero un surplus di energia, anzi come se tutta l’energia del suo corpo fosse concentrata lì, lasciandole quella floscezza di movimenti e quello sguardo assente, ottuso.

Uscivano insieme solo per la Messa di Natale o il 2 novembre per andare al cimitero. Suo padre camminava davanti, a qualche passo di distanza, fermandosi spesso a salutare la gente del paese. Dopo la funzione facevano il giro dei cari estinti, prima la cappella di famiglia di lui, poi le tombe dei parenti di lei, al lato opposto del cimitero. Tra quelle due estremità geografiche, c’erano tutta una serie di morti minori davanti ai quali recitare l’Eterno riposo.
«Ah l’hanno messo qui, che lapide pacchiana», commentava l’avvocato. Sua madre annuiva, poi si baciava la punta delle dita prima di fare una carezza alla croce di marmo. Sulla strada del ritorno (suo padre se n’era già andato: era invitato a cena da un collega) la mamma le raccontava di quando era piccola. A volte si sbagliava e la chiamava Leone, come il fratellino morto prima che lei nascesse.

Solo da adulta Nellì aveva capito che quelle storie non parlavano di lei.

Leone è in una piccola cornice, quasi sommerso tra le file di fotografie. L’immagine, brutta e rovinata, di un bianco e nero opprimente, raffigura un bambino di età indefinita, la testa eccessivamente rotonda, gli occhi dilatati e un’espressione perplessa. A pensarci bene “essere” non è il verbo giusto, Leone è nella tomba di famiglia, accanto ai nonni, e a una lucina sempre accesa. L’unico suo conforto dal momento che nessuno gli porta mai fiori. E anche il suo nome sulla parete di marmo è scritto in caratteri sottili, come a occupare il minor spazio possibile. E “essere” non è nemmeno adesso il verbo appropriato, come Nellì ben sa. Nell’ala ovest della parte vecchia del cimitero riposa solo qualche ossicino e la biglia che l’ha soffocato. Chissà di che colore era, nessuno se lo ricordava. Ma come tutti i bambini morti senza avere raggiunto l’età per peccare, Leone ora se ne sta su una qualche nuvoletta a bearsi della vicinanza con Dio. Per questo non gli dispiacerà “essere” nel soggiorno del grande appartamento, in un ritratto che non rende giustizia al bel bambino che è stato (a detta della mamma, perché Nellì non l’ha mai visto).

Un ragazzo di circa vent’anni la fissa da una cornice d’argento. Lineamenti regolari, labbra sottili e capelli pettinati da un lato: è Gianni. Nato da una gravidanza imprevista (per la quale si era dovuti ricorrere a nozze riparatrici naufragate dopo meno di un anno), il ragazzo della foto era figlio della sorella, molto malinconica, del padre di Nellì. Tutte le ragazze erano innamorate di Gianni, e lei non faceva eccezione. Ma in più poteva vantare la parentela che li univa come un nodo insolubile. Un pomeriggio d’estate lui l’aveva portata a mangiare il gelato e poi avevano passeggiato a braccetto sul lungolago. Si ricorda esattamente la faccia di tutte le donne incontrate per strada e la curva del suo collo, il mento puntato verso il cielo, la rappresentazione geometrica dell’orgoglio.

Gianni non piaceva molto a suo padre, e agli uomini in generale (dalle donne invece riusciva a farsi perdonare tutto). Litigava regolarmente con il nonno durante i pranzi della domenica tanto che a un certo punto non era più stato ammesso al convivio familiare. Un giorno Nellì, in completo alla marinara e scarpe di vernice nuove, aveva visto la sua sedia restare vuota. Quella sera aveva raccolto tutto il suo coraggio — in verità non molto — ed era entrata nello studio dell’avvocato per chiedere spiegazioni. La voce le tremava e si sentiva tutta rossa in faccia.

«Perché no», aveva risposto suo padre.
«Ma…»
«Niente ma! Adesso vai a dormire».

Qualche giorno dopo aveva scoperto, ascoltando di nascosto una conversazione tra la nonna e la zia, che Gianni, il suo caro, amatissimo Gianni era “ateo”, e cioè negava “l’esistenza di Dio e qualunque realtà trascendente l’uomo” come spiegava il dizionario. Sconvolta e atterrita dalla possibilità non solo che esistesse gente tanto infedele — dal momento che non credere in niente è ancora peggio che essere ebrei o musulmani o delle religioni dei popoli dell’Africa nera — ma che addirittura un membro della sua famiglia, e l’uomo che amava da quando era nata (o almeno da quando aveva memoria) vivesse nel peccato mortale, aveva deciso che ogni sera avrebbe pregato per la salvezza della sua anima. Tempo dopo era venuto fuori che Gianni era anche “comunista”. Era stato il primo in paese a unirsi ai partigiani. È morto fucilato dai repubblichini pochi mesi prima della Liberazione.

A volte Nellì si chiede perché continua a esporre quelle immagini del passato, quelle salme cartacee. Le viene l’impulso di buttarle via tutte, di rovesciarle con un colpo del braccio. È consapevole, però, di dover ridimensionare la violenza del suo gesto, dato che l’esilità dei suoi arti le permetterebbe al massimo di far cadere un paio di cornici, le più piccole, procurandosi di sicuro qualche livido. Allora, a malincuore, accetta di circondarsi di questi ex vivi, di ricordarli nelle sue preghiere, di sfiorarli con lo sguardo di tanto in tanto, con la netta impressione di non potere fare nulla per loro, e che del resto nemmeno loro possano fare qualcosa per lei.

Questo è il problema della signorina Nellì: vivere in un mondo di morti non le è di nessun aiuto nell’avvicinarsi alla morte.

Lui era pressappoco nella posizione in cui è adesso la signorina Nellì, appoggiato con il fianco sinistro alla volta d’ingresso della sala, il gomito puntato contro il muro, la mano destra in tasca. La sua faccia era piegata in una smorfia, lo sguardo stretto tra la duplice arcata delle ciglia, così come lei ora tenta goffamente di ripetere nel suo viso affilato e coperto di rughe.
È strano come non riusciamo a ricordare le persone che abbiamo amato nella loro interezza, ma solo nei dettagli, nel modo che avevano di muovere le mani, girare la testa, portarsi il bicchiere alla bocca, strizzare gli occhi… e come questi dettagli ci tornino in mente all’improvviso, infiltrandosi tra pensieri che non c’entrano niente, facendoci trasalire. Per la signorina Nellì tentare di copiare con il suo corpo inadeguato i movimenti freschi e nervosi di Gianni è un modo, un po’ patetico, di ricordalo, o meglio di salvarlo dalla sua cornice d’argento che lo rende un ritratto per l’eternità e di fare di lui una persona esistente, non solo esistita. In definitiva, di amarlo.

Ecco lui era pressappoco in quella posizione, e lei stava seduta sul divano, con il sedere sprofondato nel crepaccio creatosi tra i bordi di due cuscini. Stava a piedi nudi, anche se la mamma l’aveva sgridata qualche minuto prima, in uno dei pochissimi atti di ribellione di tutta la sua vita. In quella posizione per niente composta accarezzava le sue care immaginette di santi. C’era sant’Antonio da Padova con la chierica, santa Caterina che nascondeva con il mantello la ruota, san Giovanni Battista vestito di pelli di bestie feroci, sant’Apollonia con in mano l’enorme pinza con cui le avevano strappato tutti i denti — e per questo motivo tutti i bambini del mondo rifornivano la sua bocca sdentata con i loro dentini da latte appena caduti — e poi c’era santa Lucia che portava i suoi bulbi oculari su un piattino, anche se gli occhi ce li aveva anche in faccia, e per questo forse ci vedeva due volte. La bambina Nellì, non ancora condannata al nubilato, non ancora provata da lutti e guerre mondiali, non ancora artritica e presbite, era così immersa nei suoi monologhi interiori sulla santità da non accorgersi dell’arrivo di Gianni.

La voce l’aveva colpita con l’urto inaspettato di una pallonata in faccia.
«Ma allora, di’, l’hai mai visto Gesù?»
Lei aveva raddrizzato la schiena, aveva appoggiato i santini sul tavolino e dopo averci pensato un po’ aveva risposto: «Sì certo, ci sono i quadri, in duomo c’è anche una statua…»
Ecco, la faccia di Gianni si era piegata così, un po’ in avanti, contraendo le labbra in un sorriso: «No, ma dico, l’hai mai visto davvero, come vedi me adesso?»

Lei era rimasta zitta. Non capiva.

Fissava un punto sulla parete mentre cercava di non arrossire. Lui era scoppiato a ridere, una risata grave, da uomo, che non gli aveva mai sentito.
Mentre usciva dalla stanza aveva mormorato: «L’oppio delle bambine».

Per anni Nellì si era chiesta cosa fosse il loppio. E a dire il vero ancora oggi non capisce la domanda di Gianni. La sua fede, sebbene non trasporti le montagne, era (ed è tuttora) abbastanza salda da permetterle di credere a qualcosa che non ha mai visto. Ed è proprio tutto quel “vedere” a non convincerla affatto. Insomma la fede non va oltre la realtà dei sensi? Credere non è in qualche modo il contrario di vedere, di assorbire acriticamente il mondo da queste due piccole fessure che portiamo in faccia? Si ripete queste domande ma non trova nessuno che le risponda. Forse è per questo che ha cristallizzato tutti i dettagli di quell’episodio piuttosto banale nel teatro stabile che è il suo salotto.

«Degni di fede sono i tuoi insegnamenti,
la santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore».

Abbraccia ancora un secondo con lo sguardo il tavolino-cimitero, i mobili scuri, il divano che corre lungo l’intera parete, poi torna verso la camera da letto. Qui, tra gli spifferi della finestra accostata, si infila diligentemente gli abiti preparati la sera prima, appoggiati con ordine sullo scrittoio. Evita di guardare il suo corpo svestito, più per pudore che per nostalgia. Ogni tanto le cade l’occhio su una porzione scoperta di gamba o di braccio, allora esamina distaccatamente, quasi con freddezza, vene varicose, macchioline, pelle secca.

Non è mai stata bella, per questo la vecchiaia non ha potuto nuocerle più di tanto.

L’uscita di casa la sottopone come al solito a una serie di sbalzi di temperatura e di odori. Tirandosi dietro la porta blindata si lascia alle spalle i ventiquattro gradi pesanti dell’appartamento e, dopo un breve viaggio nell’ascensore che puzza di muffa, si ritrova nella piazzetta delle Poste. L’aria fredda con il suo odore di neve le arriva in faccia e le pizzica il naso. La strada è ghiacciata in più punti. La signorina Nellì si rimprovera per non aver preso il bastone. Procede tastando la strada con la punta delle scarpe ortopediche.

Tutta la città è coperta da uno strato di neve pastosa. Tra poche ore si scioglierà — colpa del clima mite del lago — e il bianco diventerà una poltiglia grigiastra. Per adesso, però, è abbagliante e lascia un’impressione di pulito che dai polmoni entra dritta nell’anima.
Davanti all’ingresso del duomo non c’è nessuno. Qui la neve ha formato un tappeto spesso, bucato qua e là da sentieri di orme che convergono verso il portone di legno. La signorina Nellì entra in chiesa. Pian piano i suoi occhi si abituano all’oscurità. Il banco è il quinto dal fondo, navata destra, da generazioni. C’è perfino una targhetta con i nomi incisi a ricordare quanto la sua famiglia si sia prodigata per la comunità con l’atto concreto e un po’ triviale di pagare quella panca di legno massiccio, cosa che da sempre le provoca un orgoglio imbarazzato.

Il Vangelo di oggi è Marco 1,7-11, il Battesimo di Gesù nel Giordano. Alla signorina Nellì questo brano piace particolarmente per la presenza di Giovanni Battista, che è il suo personaggio preferito di tutto il Nuovo Testamento, dopo il protagonista naturalmente. Passa tutta la prima parte dell’omelia a pensare che Giovanni le piace proprio perché è un uomo schietto, senza peli sulla lingua, che osa dire a Erode che non può tenersi la moglie del fratello e chiama farisei e sadducei “razza di vipere”.

Intanto il parroco, dopo un’introduzione sul significato salvifico del battesimo, ripropone il consueto tema del decadimento morale della società. L’argomento gli sta talmente a cuore che si accalora e alza la voce distogliendo Nellì dalla sua ammirazione nei confronti del Battista. In verità, gran parte delle prediche ascoltate nelle migliaia di Messe delle dieci a cui ha assistito parlavano del decadimento morale della società. Lo scenario descritto dal pulpito anche questa domenica è apocalittico: guerre, invasioni islamiche, perdita di valori. Lei ascolta con paziente rassegnazione, come ogni settimana, stringendosi nel cappotto perché a stare seduta dopo un po’ le viene freddo. Le ultime parole del prete riecheggiano ancora per diversi secondi tra le colonne del duomo, seguite da un silenzio interrotto solo da qualche colpo di tosse. Poi la liturgia può ricominciare.

Il coro dei bambini intona il Symbolum. La signorina Nellì si alza lentamente dal banco e si infila nella navata centrale. Cammina dondolando nella fila, fa la sua parte nella Sacra coreografia: piede destro, piede sinistro, destro, sinistro, destro… «Tu sei la mia vita altro io non ho, tu sei la mia strada la mia verità…»

Fissa davanti a sé con sguardo devoto la testa pelata dell’uomo che la precede, il caro parroco che bisbiglia le stesse parole a ogni comunicando, e poi più in là l’altare tutto marmi e statuette e candelabri d’oro.
«Finché avrò respiro, fino a quando tu vorrai…»

Si gira poi verso la controfacciata della chiesa, occupata da una grande Resurrezione di Andrea Celesti, olio su tela. Lo sguardo devoto della signorina Nellì si fissa in quello splendente di Gesù Cristo; si guardano a lungo finché l’intensità del loro scambio si fa pesante, quasi tattile. Le voci bianche del coro dei bambini vengono da un luogo sempre più lontano, «non avrò paura, sai, se tu sei con me», e avvolgono i passi dell’anziana donna. Ma tra i sensi affaticati dall’età e dall’estasi, la vista è l’unico a rinvigorirsi, a rinascere nella contemplazione del suo Salvatore.

Ed ecco che dal sepolcro spalancato, tra fasci di luce e angeli biondi, in tutta la sua divina umanità, Gesù Cristo le sorride.

tutte le fotografie di Amapola Chianese.

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