Tuffo

un racconto di Laura Nicchiarelli,
editing di Alessandro Tesetti.

Arturo si guardò attorno e pensò che tutti, non solo il capannello di uomini canuti che fumavano vicino alla piscina e le loro consorti, ma anche le due ragazzine insofferenti sedute al tavolo con i genitori, il cellulare in tasca che scoppiava di segreti, sarebbero morti. La coppia con il doppio passeggino in attesa dell’oste all’entrata, pure loro, forse con una manciata di giri intorno al sole a dividere la fine del primo da quella dell’ultimo. Poi la stessa sorte: concime, cibo per vermi.

Nessuno tra i presenti sembrava prendersela a male quanto lui. Era l’unico a farsi carico dell’inarrestabile putrefazione del mondo come una forma di insulto personalizzato. Fortunatamente l’effetto del Lexotan non era ancora svanito, e a guardarlo lì composto sulla sedia di vimini sarebbe stato impossibile indovinare il carosello di pensieri di morte coi quali conviveva da quando sua madre si era ammalata. Fu dopo i risultati della biopsia, a marzo dell’anno scorso, che i primi sfarfallii di nevrosi si manifestarono, mimetizzati tra le stranezze delle sue abitudini. Adesso, Arturo contava le morti celebri e quelle di conoscenti. Solo una settimana prima, guidando per andare al conservatorio, aveva assistito a un brutto incidente stradale sul ponte sull’Olimpica. Non era riuscito a dormire, indeciso se aggiungere il corpo dello sconosciuto sdraiato sull’asfalto alla sua lugubre collezione. 

Sembrava ieri che Bossi quasi ci lasciava le penne per un ictus. Non molto dopo, era toccato invece a Giovanni Paolo II, e poi al musicista Sergio Endrigo, tra gli altri. Santo subito, pensò Arturo. Endrigo, non Wojtyla.

Una risata femminile si alzò da un tavolo sovrapponendosi al suono delle forchette che cozzavano sui gusci di vongole e crostacei. Arturo fu l’unico a non girarsi.

C’è una malinconia stagnante nei posti di villeggiatura, una nostalgia inscindibile dal loro destino di luoghi stagionali: rimangono uguali attraverso gli anni pur disintegrandosi al finire di ogni estate. In attesa dei primi bagnanti, le spiagge se ne stanno vuote e invisibili come reti per farfalle, trappole per sognatori.

Da bambino amava cenare alla Bussola. Quel tavolo in veranda riservato a nome Di Cicco era una fissa dei genitori. Un giorno non lontanissimo la villetta scrostata al numero 100 di Colle dei Pascoli sarebbe spettata a lui. Arturo se ne infischiava.

Gli impegni mondani erano per lui supplizi da scansare, occasioni sempre più rare da cui non tratteneva alcun episodio degno di nota. Quando era adolescente li tollerava ancora, sospinto dalla speranza di chissà quale interazione illuminante.

Ora il chiacchiericcio dei suoi amici, potendo definire tali le conoscenze da ombrellone che sua moglie gli racimolava attorno, serviva a stento a riempire il numero di giri di orologio che lo separavano dal ritorno nel suo studio. Elena si ostinava a trascinarlo a quelle cene, e lui vi si faceva condurre con rassegnazione bovina, protetto dalla sua bolla di tranquillanti.

Servirono l’antipasto. Arturo smise di fingere interesse nella conversazione e rivolse la totalità dei sensi al fritto di calamari, al quale riconosceva maggior dignità rispetto agli argomenti passati in rassegna dalla tavolata.

«Questa storia di Facebook è troppo americana, in Italia non decollerà. Sono pellegrini inside, feticisti delle origini, test del dna per ritrovare i parenti, ora un sito per rintracciare i vecchi compagni di scuola… A chi vuoi che importi qui».

Federica fa un gesto di diniego nell’aria, poi riparte:
«No, Blogosfera è la rivoluzione dei media, ecco cosa. Tutta l’editoria si dovrà aggiornare. Hai fatto bene a investire, Berlusca si compra anche quella, vedrai».
Si riferiva al lavoro di Antonio. Qualcosa che aveva a che fare con la condivisione di media in streaming. O forse era una piattaforma per incontri.

Non era colpa sua se non si interessava di attualità, ed era certo che i suoi amici provassero altrettanto distacco per il suo modo di guadagnarsi da vivere con la musica. Gli avevano appena assegnato una cattedra al Conservatorio, faceva parte delle giurie dei concorsi più illustri in Europa, presto avrebbe lavorato con musicisti sublimi. Ma loro sembravano ricordarsene solo quando c’era da approfittare dei suoi sconti, per acquistare i biglietti dei concerti più dozzinali, gli unici accessibili al loro volgare orecchio, e solo se tenuti all’Auditorium, che “è tanto comodo”.

Il venerdì, di ritorno da Roma, si era presentato a Lupanata con un regalo per suo figlio: un set da piccolo direttore di orchestra composto da spartito e bacchette. Nico aveva impugnato le due stanghette di plastica, e Arturo si era messo seduto sulle scale di casa per assistere al concerto. Il bambino aveva iniziato a colpire gli spigoli del tavolino da caffè e il muro più vicino — con un ritmo lodevole, va detto — perché sebbene il lavoro del padre gli fosse stato più volte illustrato, la figura del direttore di orchestra non aveva attecchito nel suo immaginario. A cinque anni come a venti, è il batterista che fa figo.

Era solo un giocattolo, ma quanto si era odiato Arturo per aver già piantato in sé il seme dell’aspettativa professionale sul figlio. Procreare, altro tranello del destino. Uno si prodiga nell’atto supremo di generosità, patisce e rinuncia, e invece di innalzarsi a un livello di saggezza superiore, ecco che già si ripiega su sé stesso, sul proprio ego ed egoismo che ha voluto riprodurre in un altro essere. Il quale però è diverso, e si ribella al tentativo di clonazione obbedendo piuttosto alle sue originalissime sinapsi, usando le armi che possiede per affrontare il presente meglio dei suoi genitori.

Questo seme di morte, il potenziale guasto secondo lui annidato ovunque, lo portava al disgusto, che lo portava alla delusione, che lo gettava nell’apatia.

Per sua moglie era diverso, lei si impegnava. L’utopia della comunicazione tra individui… Sembrava assurdo, ma lei ci credeva. 

Quasi per noia, Arturo puntò gli occhi impigriti dal tramonto su Elena. Stava scacciando una zanzara che le si era poggiata sulla spalla, sul confine tra la pelle e il lino bianco del vestito che indossava. Aveva uno scollo a barca e dei lacci incrociati sulla schiena le scendevano fino al bacino. Glieli aveva annodati lui con un gesto distratto dopo la doccia, ma non avrebbe saputo dire se l’abito fosse un nuovo acquisto o se lo avesse già visto decine di volte. Questi frammenti di intimità non significavano più niente per lui. 
Asperger, aveva concluso il suo psicologo senza giri di parole.

Elena rise, e Arturo la guardò ancora.

«L’hai fatto di nuovo, e non te ne accorgi nemmeno!»
Antonio la scherniva per qualcosa che lui avrebbe forse dovuto sapere, in quanto suo marito. Si interessò debolmente al discorso, ma era come se si stesse svolgendo su una nave e lui fosse un naufrago, un puntino sempre più lontano tra le onde.

«Tipico di Elena!» concluse Federica dall’altro capo della tavola.

Con un sorriso di circostanza Arturo si versò altro Vermentino, continuando a osservare sua moglie. I capelli scuri, raccolti in una treccia, le ornavano la clavicola. Da quando li portava così lunghi? 

Durante i suoi primi mesi di vita Nico le si aggrappava alla chioma. Districarsi dalla morsa dei suoi pugnetti era sorprendentemente difficile, così Elena aveva optato per un caschetto. Che fosse stata quella l’ultima volta che l’aveva osservata?

Lasciò correre lo sguardo sotto la tovaglia e trovò le gambe incrociate di lei. La caviglia si piegava e si tendeva facendo dondolare un piede su e giù. Quella posa gli ricordò alcuni pomeriggi passati in biblioteca ai tempi dell’università, quando studiavano insieme fino a tardi e lui si distraeva a osservarla agitarsi allo stesso modo, assorta nello studio.

Pensò che queste serate che lui trovava repellenti erano per lei l’unica occasione di interazione con altri, il solo riscontro della propria esistenza sociale.

Perché lui aveva smesso di vederla, come non vedeva più nulla oltre i confini del suo studio pieno di strumenti ai quali, a volte, si ritrovava persino a parlare.

C’era stato un tempo in cui provava ancora a scuoterlo dall’inerzia, portandogli in regalo le esperienze che faceva, quello che leggeva e vedeva, lei che era ancora tra i vivi. Poi doveva aver capito: qualsiasi cosa fosse ad affliggerlo non riguardava lei, che era solo una figurina sfocata sullo sfondo che si sgolava per un po’ di attenzione.

Non si era indurita, questo no. Aveva per lui mille premure, un repertorio di gesti affettuosi che lo facevano sentire come una rosa in una campana di vetro. Era fiera di suo marito, sempre. Come si illuminava, elencando i suoi successi al Conservatorio di fronte ad amici e parenti, senza un accenno di presunzione e colma di autentico orgoglio.

Mia moglie è una donna sola.

Il pensiero evaporò via dalla sua striminzita sfera di interesse.  Con un gesto che sorprese anche sé stesso, si sporse dalla tavola e le versò altro vino, inalando il profumo che emanava il suo corpo. Elena lo guardò e sorrise.
«Grazie».

Diceva sempre grazie, anche dopo azioni di poca importanza che lui compiva in automatico, quando si alzava da tavola per prendere il sale, o le passava il telefono dal comodino. A volte la trovava irritante. Sì, gli dava fastidio questa costante serenità, il suo instancabile volgere alla soluzione dei problemi, il bicchiere mezzo pieno, l’inclinazione naturale alla luce. Gli ricordava l’atteggiamento di un cane labrador che scodinzola speranzoso, felicemente incosciente di ogni cosa tranne che del presente, ma questo a lei non lo aveva detto. Come se l’assenza di ombre e spigoli da lei dimostrata fosse la prova di una mancanza di profondità, e non la reazione speculare alla sua costante irrequietezza.

C’era stato un tempo di mattine racchiuse in un letto — le schiere di tazzine di caffè sul comodino e i trattini vuoti delle persiane che proiettavano sul lenzuolo un codice segreto — di pomeriggi al cinema e poi di nuovo a letto. Quando il suo studio non era altro che una scrivania con le gambe di ferro nel loro minuscolo appartamento a Monti. Quando a Vienna ci si poteva andare in treno, senza telefonino, e nessuno si sarebbe preoccupato se fossero spariti per dieci ore.

Anni in cui la sua condizione lo aveva graziato. Poi Nico era nato, le oasi di pace si erano diradate. Elena non aveva fatto un buon affare con lui.

Di nuovo la guardò servirsi un’altra porzione di insalata di polpo, seguendo la linea flessuosa del braccio, indugiando sul collo e sulla curva aristocratica del naso. Era bella.

Intercettò la scia di un altro sguardo impegnato sulla stessa rotta: Antonio spinse il piatto con l’insalata per avvicinarlo a Elena, senza levarle gli occhi di dosso.
«Sì, impazziresti per i quadri di Vito, basta che gli telefoni e possiamo passare in atelier un giorno qualsiasi, se glielo chiedo io», diceva.
Arturo si sforzò di guardare l’altro uomo in veste di antagonista.

Gli parve di risvegliarsi da un torpore millenario. Sentiva le gambe atrofizzate e un leggero mal di mare. Un guizzo di lucidità filtrò attraverso il suo bozzolo alcolico.
Elena annuì, «Volentieri, e Arturo può venire con noi… Ma forse lo troverebbe pretenzioso».

Deglutì. Ora ascoltava. Sentiva tutto e soprattutto vedeva. Seguiva gli occhi avidi di Antonio sul petto di Elena. Uno strappo impercettibile, il lacerarsi delle sue certezze. Guardò Federica incollata al cellulare all’altro capo del tavolo. Sembrava tranquilla, per nulla turbata dalle attenzioni che il marito dedicava all’altra.
Arrivò il cameriere con la carta dei dessert. Alto, i capelli impomatati in un unico strato di gel, sulla trentina inoltrata come loro.
«Allora, abbiamo il tiramisù, il sorbetto di more, il millefoglie alla fragola…» cantilenava le voci del menù e anche lui guardava solo lei.

La dolcezza di quei dessert si riversava come una colata appiccicosa sul suo corpo, sul suo vestito bianco.

«Io però consiglio il semifreddo artigianale. Di gusti sono rimasti pistacchio, cioccolato, melone e frutti di bosco».
I nomi di frutta così sbrodolati gli suonavano osceni, una lista di appellativi sconci che il cameriere rivolgeva a sua moglie.
Un pezzo di vimini liberatosi dall’intreccio della sedia gli pungolava la scapola costringendolo a una postura innaturale.
Stava sudando, voleva bere ancora.
«Dividiamo il millefoglie, Arturo?»

Elena lo guardò indovinando il suo malessere, ma senza scomporsi. Abituata a mandare avanti lo show in autonomia.

«Sì dai, un millefoglie per noi».
Si rispose da sola, continuando a sorridergli.
Lui si rincuorò al calore della mano di lei nella sua, e la strinse con una contrazione fulminea delle nocche.
Ma lei gli apparteneva? In che modo era sua questa creatura priva di ammaccature, tanto dolce da indurlo a volte alla nausea? Ed era sempre la stessa, dopo che per anni si era dimostrato negligente nei suoi confronti? Quando era stata l’ultima volta che aveva pensato a lei?
Non a Nico, non a sé stesso, a lei.

L’aveva relegata sullo sfondo come carta da parati, lei che era vivida e pura, incontaminata dallo squallore cinico delle ore. Aveva approfittato della sua luce senza goderne, e con la consuetudine fiacca di chi accumula benessere senza gioia. Si domandava chi fosse diventata questa donna, che lui non era riuscito a logorare con il proprio nichilismo e che era rimasta sana, mettendo radici nella sua terra bruciata, ma lontana dal suo sguardo. 

La banalità dei propri errori lo fece avvampare.

Allora desiderò di essere riammesso in campo, per giocare la partita che egli stesso aveva abbandonato. E volle essere felice, capace di stare al mondo e di farla ridere.
«A Natale pensavamo di andare in Oman», disse Antonella, che non aveva opinioni sulle vite altrui ma pretendeva che la gente deliberasse su ogni sua azione.
Tutto gli apparve spietato, la realtà uno scherzo irricevibile, ed era forse troppo tardi.

Scattò in piedi urtando la tavola con le cosce e facendo tintinnare bicchieri e posate. Gli altri si girarono con espressione impaurita, ma non troppo sorpresa.
Ecco, ora sbrocca. Questo pensavano.
«Scusate. Ho bevuto troppo».
Si allontanò sfilando tra gli altri tavoli, attirandosi qualche occhiata indifferente. Passò il boschetto di ulivi che separava il ristorante dalla piscina, ne raggiunse il bordo e senza esitazione si tuffò di testa.

Sott’acqua, la pressione gli appiccicò i vestiti addosso. Riemerse boccheggiando, una sua scarpa galleggiava più in là. Dei bambini che giocavano sul prato ridacchiarono. Le loro voci acute gli ricordavano che anche lui aveva giocato nello stesso punto, aspettando che sua madre lo richiamasse a tavola.

L’acqua fresca, piacevole, disciolse il torpore di pochi minuti prima. Rovesciatosi sul dorso, a galla sulla massa liquida, si lasciò fluttuare verso la scaletta.
Poi, la voce di Elena:
«Arturo! Che hai fatto… Arturo?»

La vide correre in mezzo agli ulivi, le luci ad oblò occhieggiavano dal prato e la illuminavano come un aereo su una pista di decollo. Ciocche di capelli si liberavano dalla treccia e le danzavano sulle guance. Guardò sua moglie e le sorrise.
«Sto bene amore».

Da tempo non la chiamava amore.

«Sto bene, scandì di nuovo, mentre un sorriso folle e vero si impadroniva della sua faccia». 

Elena stette ferma ancora un momento. Calciò via i sandali, ora i bambini guardavano in silenzio. Mise un piede sul primo piolo della scaletta, poi un altro, e si lasciò cadere in acqua con lui.

tutte le fotografie di Emilia De Simone,
grafiche di Tommaso Contò
e lettering di Mercè Aragonès Mestre.

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