La forma delle cose

un racconto di Emanuele De Carlo.

Fausto dorme. Una cornacchia urla a gran voce da un cancello di un garage ma nessuno l’ascolta, solo Fausto sente una strana eco, lontana, che si trasforma nell’atto finale di un sogno apparentemente normale: inizia su una strada di campagna, con un vecchio e un bambino, una mongolfiera davanti a loro. A un tratto la cornacchia inizia a gracchiare anche nel sogno, ininterrottamente, fino a trasformare i suoi singhiozzi in un discorso unitario ma incomprensibile.

Fausto si sveglia.

Nel buio del mattino si siede sul letto; la moglie si gira dall’altro lato. Fausto osserva la serranda abbassata. Gli spifferi e poca luce passano attraverso le fessure, illuminano e infreddoliscono il davanzale. Fausto si alza e barcolla assonnato, deve andare al lavoro. Deve. Prende del caffellatte, camicia e pantaloni, li inzuppa, se li mette e poi fa un rutto: la colazione dei campioni. La giornata non è ancora cominciata nel suo cervello, un caldo torpore gli ricorda che sotto sotto, sotto le coperte, non vale la pena di uscire lì fuori, dall’uscio, dall’utero, dagli abissi. 

Fausto si lava i denti, le gengive sanguinano: appuntamento dal dentista. Lui li odia, tutti, “A me fa schifo il mio di lavoro… come fanno a non provare schifo per le bocche degli altri, l’alito cattivo, i denti marci, le stronzate che la gente dice…” pensa Fausto defecando, “…tipo questa…” si lascia andare a un sospiro. Fausto sta per uscire, disilluso a un livello ormai normalizzato, come il colesterolo, però a un tratto gli si illuminano gli occhi, manca una cosa, adesso sul serio: l’uomo va frettolosamente in camera dei figli, due bambini di 8 e 10 anni. Li osserva e sono minuscoli.

Li ama come solo un Fausto può amare un figlio. Li guarda come solo un padre può guardare un figlio, un senso di invidia, rabbia, disperazione, incomunicabilità e difesa da tutto e da tutti, e pensare che sono ancora dei ragazzini… si chiede se tutto questo lo stia facendo per loro. Nessuna risposta. Sicuramente più crescono, più il genitore sente la sua figura sbiadirsi, annerirsi e un giorno sparirà, come se non fosse mai nato, restando giusto nei ricordi di un qualche discendente. 

Ora inizia la giornata e Fausto esce di casa.

Si avvicina alla macchina, sta per iniziare il suo personalissimo viaggio della speranza, semplice e noioso. Fausto guarda la sua Panda ultimo modello, rossa. “Perché più passa il tempo, più le macchine diventano brutte?” Gli passa questo pensiero, veloce. Subito compare un ricordo: la macchina del padre, una Cinquecento, azzurrina, ci andavano al mare tutti e quattro, tutta la famiglia. Fausto sale, prende il volante e guida.

Una volta aveva tirato a Enrico, il fratello, una pizza talmente forte che gli fece uscire il sangue dal naso, erano seduti dietro, la macchina sfrecciava sulla Pontina. Fausto si ricorda che poi erano arrivati a Sperlonga e il padre non gli aveva rivolto la parola per tutto il giorno, questa era stata la sua punizione. “È da un po’ che non vedo o sento Enrico…” pensa Fausto.

La Panda rossa attraversa Roma per cascare dentro l’EUR. Intanto la radio racconta che la fine è vicina o che la Cina è vicina, il sindaco è inadeguato e il papa è morto e risorto in tre giorni. Fausto non ascolta, non gli interessa, la tiene accesa solo per riempire le orecchie di suoni. L’occhio, invece, segue lento e cadenzato il tergicristallo: pioviggina, il cielo è bianco; è marzo, potrebbe tranquillamente essere novembre o ottobre.

E il tergicristallo va su, giù, su, giù.

Nel traffico cittadino Fausto si ferma e riparte, ma poi si riferma e quando sta per ripartire, si riferma. Nella sua testa non compaiono mai le parole “voglio morire”. La morte è un pensiero assoluto, non riesce a essere astratto nella mente di Fausto, si farebbe, per certi versi, troppo concreto. Si sente come uno di quei cavalieri dei film fantasy americani che, aspettando la morte, incrociano i pollici e dicono: “Lasciatemi morire qui, continuate voi…” Fausto si sente lasciato lì, non sa se gli altri hanno continuato alla fine. Mette la freccia e gira a destra.

L’EUR è più lontano di quello che si possa pensare, è un altro continente, troppo lontano, troppo sconosciuto. Fausto ogni mattina ci arriva, come un missionario a piedi nudi. Vede l’obelisco e pensa che non ha mai capito l’importanza degli obelischi nella storia, oggetti inutili più simili ad appendiabiti che a monumenti. Dal parabrezza appena pulito, ma con i bordi sporchi dalla polvere, l’uomo osserva il quartiere nel quale lavora: sembra un pesce rosso in una boccia d’acqua. Edifici bianchi. Palazzi bianchi. Case bianche.

È tutto bianco, ma non è il paradiso, al massimo una periferia dell’al di là.

A volte anche il laghetto è bianco, quasi non abbia vita, come se uno tsunami di candeggina avesse ucciso tutto, carpe, papere, cigni e canoisti. Fausto alla fine arriva a lavoro, con un lieve fiatone. Evita una merda proprio davanti l’ingresso: economia, tanta economia…troppa economia, alle volte distrae…ma è questo il benessere, no?  “Forse non abbiamo mai capito che cosa significhi realmente Welfare perché forse non l’abbiamo mai realmente desiderato” si risponde Fausto da solo, ritornando con lo sguardo sullo stronzo giallo e marrone che colora il marciapiede.

L’ impiegato, assorto negli errori e nelle dimenticanze di una generazione, ripensa alla macchina parcheggiata, “L’ho chiusa?” si interroga l’uomo. Torna indietro dall’amata Panda, è parcheggiata tra una Mercedes vecchio modello e una Punto nera. Tira la maniglia: la macchina era chiusa. Fausto ritorna in ufficio, ma anche adesso, anarchico nell’inconscio, si prende la libertà di tornare a ricordare, ricorda sempre il padre, quando ascoltava le canzoni di Piero Ciampi: andare, camminare, lavorare.

Andare, camminare, lavorare. Andarecamminarelavorareandarecamminarelavorare…Dai! Lavorare!

La differenza tra Fausto e un operaio è che Fausto sta seduto tutto il giorno.

Forse non c’è differenza tra lui e un operaio. Cambiano i soldi in busta paga, il nome del sindacato, i giorni di ferie a disposizione ma, per sua fortuna, stare tra quattro pareti pallide, di fronte a un computer, permette perfettamente qualsiasi tipo di alienazione. Qualsiasi. Da tutto e da tutti.

La finestra opaca è coperta da una persiana di un verde putrido e odioso. Si rompe di continuo, tutte le volte che qualcuno prova a tirarla su o abbassarla. Lei rimane così, imperterrita: ha scelto di rompersi per protesta, era sottopagata e la burocrazia in questo paese non funziona proprio. Però per ogni tapparella che si tiene il posto fisso, anche se rotta, allora ci sono dieci giovani persiane che non trovano lavoro. Per non parlare del settore dei neon. Questo è un paese di merda.

La tapparella si inclina ancora di più all’ennesimo tentativo di Fausto di tirarla su, per far entrare qualche briciola di luce. Le fessure, inframmezzate da plastica e spago, lasciano intravedere, tra le linee, un quartiere che nel suo tentativo di crescere è rimasto tale e quale come era: metafora dell’immobiliarismo ma soprattutto dell’immobilismo. Italiano? Sicuramente. Mondiale? Certamente. Individuale? Potenzialmente e in prospettiva di lancio.

Fausto sbuffa e l’alito continua a puzzargli.

Le pupille dell’impiegato Fausto dietro agli occhiali diventano quadrati, tra tabelle e grafici. Numeri, numeri, numeri, numeri, numeri, numeri. A forza di contare, Fausto è diventato un numero, seduto su una sedia girevole, ma anche le ruote si sono rotte o semplicemente ancoratesi al suolo. Non è neanche il numero che vorrebbe essere, Fausto ama il 16, o anche il 26, ma invece si ritrova a essere una cifra indefinita, pescata a caso dal sacchetto della tombola di ogni santo Natale a casa dei suoi o dei suoi, tanto ormai non fa più alcuna differenza.

L’orologio di IKEA non vuole segnare le 10:30, ma pigramente ci arriva. Le lancette si scansano, schifate, sembrano persone dentro un ascensore affollato. Alla fine, però, l’ora della pace faustiana arriva. L’uomo si alza, prende il portafogli, allenta il nodo alla cravatta bordeaux e va verso il distributore automatico.

CAFFÈ; CAFFÈ MACCHIATO; CAPPUCCINO; LATTE CALDO; LATTE E CIOCCOLATO; CIOCCOLATA CALDA;

GINSENG!

“Io voglio solo un caffè semplice” pensa “forse è l’unica cosa che non cambierei, no scherzo…” pensa il suo subconscio, ridacchiando amaramente. Intanto l’impiegato infila la testa di qualche sovrano europeo dentro al buco del culo della macchinetta. Fausto osserva l’uomo vitruviano nella sua interezza all’interno del riflesso sul vetro: sfatto. È grasso, ormai caduta è la sua così detta virilità. Il corpo molle, i fianchi si allargano. I capelli formano una rada cupola sopra la testa.

Perché non cambiare mai? Perché aspettare che la rivoluzione venga da fuori e mai da dentro? Il tempo solitamente non ha mai dato grandi risposte, allora per quale motivo dovrebbe darle a Fausto? L’impiegato del terzo millennio o è un santo che sceglie di sacrificarsi per un dio inesistente oppure è un demone che fa del suo male la sua totale inconsapevolezza, in entrambi i casi è, però, un’idiota. Niente di più, niente di meno, di un’idiota, in grado di stupirsi e stancarsi al tempo stesso in un loop continuo, angosciante.

Alla ricerca di un primo motore immobile perché il suo l’ha portato sabato dal meccanico e ancora lo deve sistemare.

“Un tempo ero magro, però. No, però, aspetta, non me lo ricordo in realtà” riflette Fausto, non accorgendosi che per tutto quel tempo, dietro a lui, c’erano due colleghi, che gli parlavano dal momento in cui era uscito dalla stanza. Parole, parole, parole, parole, parole, parole. Ma per fortuna nessuna domanda. Fino a quel momento.

“Allora che dici?” piove sopra il piccolo Fausto. Domande, domande, domande, domande, domande, domande. I due colleghi lo osservano come due colonne all’ingresso di un qualche tempio.

Un “Cazzo” si palesa nella testa di Fausto, ma deve inventarsi qualcosa, nella vita servono risposte istantanee, non dubbi o pensieri: “Ma, Salvini o Meloni, Conte o Letta, sono tutti uguali, no?” dice Fausto, provando a rispondere.

“Ah”, il piccolo Fausto non ricorda se l’ha detto o l’ha solamente pensato. Eppure, nel suo errore c’è profonda ispirazione. “È vero però che sono tutti uguali…anche se Calenda…” afferma la colonna di destra, “Calenda non è poi così uguale…un sentimiento nuevo…” ragiona la colonna di sinistra. Però Fausto adesso deve volarsene via, pena un incredibile attacco di cacarella centrista.

Ha bisogno di vedere il cielo, poi sicuramente anche di andare al bagno. 

Ciò che rilassa il nostro eroe moderno è la sigaretta che fuma di nascosto, sul balcone della mensa. Fausto fuma massimo due sigarette al giorno. Se fuma tre o più sigarette un dolore cancerogeno si fa sentire a intermittenza sulla schiena, all’altezza dei polmoni e una tremenda ipocondria gli si attacca alle pareti del cervello, “E se morissi di cancro…oggi…o anche domani…cosa avrei fatto nella mia vita?” riflette l’uomo accedendosi una Winston e aspirando a pieni polmoni, cuore e cervello. La moglie lo sa, i figli lo sanno, tutti lo sanno, ma Fausto non lo sa e imperterrito continua a fumare di nascosto, vergognandosi.

L’uomo osserva il “Colosseo quadrato”, il fumo grigio passa attraverso gli archi, si incunea come un fantasma tra le narici della gente, tra le ruote dei vecchi autobus in corsa e i tombini, cristallizzandosi alla fine nei polmoni di Fausto. Tutto deve tornare all’Eur, tutte le parentesi devono farsi quadre. Ogni cosa dentro l’EUR è perfettamente squadrata, perfino le sfere, perfino il grosso cubo in vetro dove hanno messo quella nuvola che ha perso di sostanza. Ogni costruzione vuole farsi quadrata, parallelepipeda o comunque solidamente salda, simbolo di una pragmaticità inaccessibile, farlocca. Da lontano Fausto intravede la scritta che l’italiano più piccolo della Storia ha pensato bene di far incidere:

VN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROI
DI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATI
DI NAVIGATORI DI TRASMIGATORI

Un popolo di Fausto.
Fine della sigaretta, fine della pausa, fine del libero pensiero.

Cadenzato e ritmato, batte il tempo sopra la tastiera. Fausto a suo modo è un pianista, anche se uno strumento non l’ha mai suonato. Nella quantità dei sacrifici che ha fatto, non ha compiuto nulla e non si è mai sforzato per le azioni umane che gli piacevano realmente. Un pigro, sveglio e affaticato, la cui unica meta è il pranzo, la cena, le ferie o semplicemente uno sbadiglio e una stropicciata degli occhi. Ovviamente la sua giornata continua: dopo aver lavorato un’altra oretta e mezza, Fausto va a pranzo in mensa, pasta al pomodoro, spinaci con fettina panata, crème caramel; poi torna a lavoro, dopo un caffè, poi uno sbadiglio e un altro caffè, torno a lavoro e una merendina.

Fausto si ferma e riparte, poi si ferma ancora e poi riparte, in continuazione, come un Sisifo in giacca e cravatta che invece di scalare il monte, percorre il Raccordo nel traffico del lunedì. Instancabilmente noioso. Ma Fausto arriva a un punto della giornata in cui deve fottersene per andare avanti, i flussi di coscienza devono essere interrotti per riprendere a cena davanti a un televisore, nel letto osservando il soffitto o in macchina guardando il mondo dal parabrezza.

Deve lavorare, dalle 8:30 alle 17:00.

Ogni giorno inizia con l’entrata e finisce ovviamente con l’uscita: porte a vetri che si aprono al volere del signore che deve passare. L’unica differenza tra la mattina e la sera è l’inizio e la fine che ogni volta però si confondono, fino a mescolarsi, formando un groviglio impossibile da risolvere. Quand’è che finisce uno e inizia l’altro? Una grande emicrania. Fausto esce da lavoro per entrare in macchina; esce dal parcheggio, per entrare nel gregge di “cristiani” che tornano nella propria dolce casa. Si prende un Moment al volo e poi mette in moto.

La sua macchina per la prima volta fa quello per cui è destinata: corre su Via Marco Polo, attraversa un pezzo di Colombo, seguendo un tragitto che è già segnato. Fausto guida, senza nemmeno fare un movimento, senza neanche accorgersene. Si fa tutto più veloce, come il cuore prima che smetta di pompare durante l’infarto.

È un concerto di bassi cardiaci che scuotono il corpo molle di Fausto.

Una sensazione di vitalità lo pervade, a partire dalla spina dorsale, che ordina ai piedi di accelerare e alle mani di girare quel volante a una velocità entusiasmante. L’uomo ha bisogno di correre, correre, correre, correre, correre, correre, di risvegliare un circolo virtuoso ma in realtà più vizioso di quanto egli stesso pensa. La poesia lo pervade ed è il momento buono per una rapida ed estemporanea dimostrazione di lucidità artistica. Fausto mette un CD, di Gaber, vuole sentire un po’ di musica, quella che piace lui. Canta, poi gira a sinistra:

“Voglio essere libero! Libero come un uomo!”

SBANG!

Un botto terrificante centra in pieno i timpani di Fausto, ma ancora prima è lo sguardo a spaventarsi per un qualcosa che ha appena colpito il parabrezza.

“Ma che cazzo!” urla Fausto, cercando di non farsi venire un infarto e di non finire fuori strada. Si accosta a lato per vedere cosa è stato, scende dall’auto: una rondine, nel bel mezzo del tramonto, si è uccisa, gettandosi addosso alla sua macchina. 
Ora è lì, agonizzante, nell’attesa di un qualcosa o di un qualcuno.

Una rondine non fa primavera, ma una rondine morta che cosa fa?

È il 20 marzo, Fausto è tremendamente turbato, si rimette in macchina e riparte.

all pictures by Roberto Pioli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *