Prima del dopo, prima del fuoco

un’intervista di Giulio Frangioni.

Martedì 15 marzo è stato il giorno più bello della nostra vita. No sul serio, aspettavamo questa roba da troppo tempo, ancora non ci sembra vero che sia successo.

Dal 15 marzo è infatti finalmente disponibile all’acquisto Turchese uno, il nostro primo volume cartaceo. È possibile sia ordinarlo dallo shop del nostro sito che comprarlo, in un paio di librerie torinesi, direttamente dalle mani del negoziante.

Noi siamo il Super Tramps Club, una casa editrice ma soprattutto una casa, per tutti i vagabondi come noi, che invece una casa non la vogliono. Che vogliono perdersi nelle storie e sulla strada e scoprire, in fondo, che la narrativa è una tramp.

Oggi, per la nostra serie Interviste a passeggio, abbiamo deciso di intervistare tutte le voci che Turchese lo hanno composto, le autrici e gli autori che hanno dato vita a questo nostro grande sogno.

A ciascuno di loro abbiamo rivolto una domanda riguardo al racconto che hanno scritto per la rivista.

A Stella Poli, per esempio, che al momento è stanca di essere sempre stanca, abbiamo chiesto di cosa parlasse “Quello era buono”, il pezzo che apre Turchese e dà inizio alle danze.

“Quello era buono”, il mio racconto per Turchese, parla di alcol, strategie evitanti, involtini di vite libanesi, welfare state e riduzione del danno, anche non in quest’ordine.

A Giuseppe Fiore, autore di “Il professore”, che prima di noi aveva già pubblicato racconti su varie riviste letterarie, abbiamo chiesto a cosa il suo racconto fosse ispirato.

Allora, non c’è proprio qualcosa che mi ha ispirato in particolare. Volevo provare a scrivere qualcosa che avesse come tema centrale l’inconscio. Quindi ho cercato di parlare di sogni, in cui avvengono le poche azioni del racconto, e di lettura, che secondo me, come azione in sé, porta a lavorare il nostro inconscio.

Ho cercato di legare queste due cose sotto la figura del professore.

Poi è ovvio che gli autori e i libri citati nel racconto sono per me cari (ma per chi non lo sono, essendo mostri della letteratura?). Quindi non ho proprio qualcosa da cui ho preso ispirazione, avevo una mezza idea e ho provato a renderla efficace.

Ad Anna Maria Masucci, insegnante con la passione della scrittura, abbiamo deciso di chiedere cosa la avesse spinta a scrivere “Profumo di ragù”, brano dalle tinte tragicamente delicate.

L’idea per il racconto è nata leggendo un articolo che trattava della difficoltà  degli adulti di parlare della malattia di un familiare ai bambini. La storia si svolge in un palazzo popolare alla periferia di un paese della terra dei fuochi, dove la salute è messa continuamente a repentaglio dall’inquinamento.

Chiedere a Stefano Tarquini, il nostro zio adottivo, cosa lo avesse spinto a scrivere “Pilates” è stato più divertente di quanto immaginassimo. Cioè, ci mancava poco che mi mandasse a stendere, ma alla fine mi ha anche commosso.

Ao Giu’, io ci ho pensato, ma non è che devo esse’ io a dirti che volevo dire con “Pilates”. Non so risponde’ a ‘sta domanda, te voglio bene e tutto quanto, ma non me puoi mette’ in difficoltà così. Ci stanno i critici per ‘ste cazzate, tu lo sai che volevo di’, è un racconto. Avessi scritto un verso di quelli un po’ così, alla Montale, che dici oddio questo che voleva di’ con ‘sta cosa, ma no.

È un racconto, io scrivo e basta.

Te voglio bene eh Giu’, davvero, ma che te devo inventa’, tutte cazzate? L’unica speranza mia è che più persone possibili leggano Turchese, perché è arte che vale. Anzi, se qualcuno non lo ha ancora fatto io lo invito a comprarselo: saranno poi loro a inventarsi che volevo di’ con “Pilates”. E io, sinceramente, non vedo l’ora di sentirlo.

Non mi stancherò mai di ripetere che Giovanna Cinieri fa letteratura senza saperlo. L’altro giorno ha riso quando le ho detto che secondo me scrive con questo stile anche i messaggi sul gruppo WhatsApp dei genitori, ma è vero. Scrive così pure quando risponde alle domande stupide di un’intervista, pure quando la domanda è “qual è stata la storia di stesura di ‘Un pettirosso’?”

“Un pettirosso”, il mio racconto su Turchese, è nato quest’estate, durante il corso personale che ho fatto con Ivano Porpora, scrittore e direttore del Penelope Story Lab, che si occupa anche di incontri di scrittura in psicoterapia. È stata sua l’idea di raccontarmi attraverso la figura di Giovanna D’Arco. La prima stesura era solo la parte musicale e ripetuta, la prima cosa che avevo visto: Giovanna nel campo, dentro un cerchio, la spada e il pettirosso. Ma grazie al confronto con Ivano ho compreso che c’era molto di più che dovevo lasciar entrare, di me e del mio amore per la D’Arco: la paura, la preghiera che attraversa la carne, il convincimento inamovibile, l’amore altissimo. Avevo iniziato a scrivere a combustione già avvenuta ma Ivano mi ha spinta a tornare indietro.

A prima del dopo, a prima del fuoco.

E una volta terminato il racconto avrei voluto rimetterci mano, cambiarlo, togliere, aggiungere, ma non l’ho fatto, e un giorno mi sono detta: questa è la forma che ha, è la mia e non è più neanche la mia, deve essere questa la forma che resta.

Emma Del Grosso è l’autrice più giovane su Turchese e, a dire il vero, anche l’autrice più giovane che abbiamo mai pubblicato. Le abbiamo chiesto se, a soli sedici anni, sente che la sua scrittura si stia muovendo, e dove stia andando.

Ho iniziato a scrivere alle medie per sfogare la rabbia che avevo nei confronti del mondo degli adulti, un mondo che non mi faceva sentire capita o accettata. Ad oggi, che sono ancora lontanissima dal diventare grande (anche perché probabilmente non lo diventerò mai) la scrittura è per me uno strumento per capire e portare all’esterno la mia intimità, la mia parte emotiva e le sensazioni che provo. Per questo ritengo che sia in costante evoluzione, proprio come lo sono io che sto ancora crescendo e non vedo l’ora di crescere ancora.

Silvia Cosimini, traduttrice dall’islandese che da oltre trent’anni non sta ferma un secondo (è ridicolo, ogni volta che le scrivo una mail devo complimentarmi per qualcosa di nuovo), ha scelto di tradurre per Turchese un racconto del grande Þórarinn Eldjárn. Le abbiamo chiesto a cosa fosse dovuta la decisione.

È un racconto che avevo nel cassetto da molto tempo – mi era piaciuto moltissimo per la maniera con cui già nel 1985 l’autore si prendeva gioco di certe attitudini etnocentriche degli islandesi, e per la maniera di far uscire in superficie una delle bizzarrie della tradizione islandese, con l’ironia di un gioco di parole assolutamente intraducibile. Ecco, sì, ho deciso di tradurlo per la sua intraducibilità. La nota a piè di pagina rappresenta – come disse qualcuno che non ricordo – il fallimento del traduttore.

Tarek Komin, che ha già pubblicato diversi libri e mi ha dato un mucchio di consigli fantastici quando ero in Portogallo, ha scritto “La festa”, un racconto che per certi versi è simile a come scrive di solito e per altri non lo è affatto. Gli abbiamo chiesto in che modo.

Nei racconti mi piace sperimentare, lasciarmi trasportare dal periodo in cui mi trovo e dall’idea stessa, per stupirmi anch’io nello scoprire la fine della strada o le svolte impreviste della storia.

Lo stupore, forse, per gli scrittori, è un lusso smarrito.

Ne “La festa” probabilmente questo è accaduto nel dialogo tra Angela e il protagonista e nella costruzione a segni sottili di matita del personaggio femminile, “magra, leggerissima. Sembrava fatta solo di capelli e profumo”. Ecco, in questo racconto, ho lasciato emergere dalla pagina certe figure evanescenti, ombre appunto, e non sempre mi capita. Punto in comune invece con qualche lavoro precedente è l’atmosfera onirica e vaga con cui mi sono divertito a intridere riga dopo riga, esasperando un po’ nel finale, quasi la storia fosse un oggetto da smaltare, da velare, per far sì che le parole risultassero leggibili solo attraverso il filtro di una patina peculiare.

A Federico Gironi (bello come un fiore), il cui irreale racconto “Aglio e olio” chiude Turchese, abbiamo chiesto cosa direbbe a chi invece la nostra rivista sta per aprirla.

Bisogna fare attenzione, ad aprire Turchese, perché non sai mai cosa ci trovi dentro, e sopratutto non sai mai cosa ne può uscire fuori, e quello che esce fuori, poi, dentro non ci torna mica.

Io, se proprio devo esser sincero, e se fossi in voi, eviterei ad esempio di leggere il racconto che si chiama “Aglio e olio”. 

Perché, una volta usciti da quelle pagine un certo calamaro e un certo noto giornalista musicale, per non parlare di un sosia di Alessandro Orlando, si andranno a sistemare negli angoli più remoti oscuri della vostra mente. E lì rimarranno. Per sempre. Per sempre. Per sempre…

A tutte le autrici e gli autori di Turchese uno, grazie. Vi vogliamo troppo bene e speriamo lo sentiate. A chi ci sta leggendo invece diciamo, nel caso non si fosse capito, che questa è gente pazzesca, che fino a pochi mesi fa non avremmo immaginato potesse lavorare con noi. Se questo mese volete leggere qualcosa, leggete i loro racconti.

tutte le foto (e molte altre) da Turchese uno.

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