La mattina dopo

un racconto di Mirko Fioretti.

Sera. Andare a dormire.

Era stata una giornata brevissima ma adesso per farla finire non bastava che poggiare la testa sul cuscino.

Forse. Non era affatto detto che sarebbe riuscito ad addormentarsi, ma non l’aveva ancora realizzato. Le giornate erano sostanzialmente i momenti morti fra una realizzazione e l’altra.
Un altro video su YouTube? Dai, ci sta.
Passò un’altra ora.
FINALMENTE aveva sonno.
Quindi buttò come capitava la roba sul comodino, per terra, sotto il letto. Pisciata e poi sotto le coperte. Spense la luce.

Nel momento esatto in cui poggiò la testa sul cuscino gli tornò in mente il pensiero, all’improvviso.

Fu una lunga notte.
Una notte di urla, una notte di sudore e di lacrime rannicchiato, una notte di corse chiuso in stanza e capelli strappati.

Mattina. Svegliarsi.

Le palpebre erano di cemento. Non si ricordava quando era riuscito ad addormentarsi. Per fortuna era finalmente giorno e anche quella mattina si era svegliato.
Era stanco morto: tanto spossato che non riusciva a tenersi su nemmeno con le braccia ma invece poteva solo rotolarsi per qualche centimetro sul letto. Le coperte si erano disfatte e adesso somigliava a un ammasso informe da cui sbucava una gamba di qua, un fianco di là e la testa in punta. Un involtino.

Era domenica mattina: il che voleva dire nessun impegno,

il che voleva dire non alzarsi fino a mezzogiorno,

il che voleva dire un gran mal di testa e un’altra mattina sprecata.

Dopo un’oretta di dormiveglia prese il cellulare che era in carica.
Nessuna connessione? In che senso? Non è che si era dimenticato di fare la ricarica? No: nessun messaggio da TIM.
E allora che cazzo…?
Decise che fosse meglio aspettare un po’. Forse il problema si sarebbe risolto da solo. Intanto si alzò e aprì la finestra per areare la stanza. Il silenzio di pietra tipico della domenica entrò in camera sgomitando. La nebbiolina autunnale nascondeva ogni cosa più lontana di 300 metri e questo creava un’atmosfera à la The Mist.

Si trascinò in cucina.

Mentre preparava colazione accese la televisione. Solo quando si sedette a tavola si accorse che il televisore non funzionava: su Italia 1 c’era rumore statico. Che giornata di merda. Fece comunque colazione e poi, troppo stanco per fare qualcosa e senza alcuno stimolo elettronico, si sdraiò sul divanetto in cucina e si addormentò.

Al risveglio si ritrovò sulla testa un cerchio che sembrava di metallo incandescente.

Non riusciva a mettere a fuoco nemmeno i suoi piedi davanti a sé e tutto ciò su cui fissava lo sguardo era distorto agli angoli e lontano chilometri. Nonostante l’aura controllò il telefono: era l’una meno un quarto, ancora non prendeva però.
Ributtò la testa sul cuscino, gli veniva da piangere.
Dopo una ventina di minuti non ce la faceva più, la testa faceva così male che camminava barcollando, andò a prendere un Oki in lacrime.

Il primo pomeriggio lo passò di nuovo sul letto, poi si convinse a lavarsi e a cambiarsi dal pigiama alla tuta di casa.

Controllò diverse volte gli apparecchi elettronici ma nessuno era connesso. Per le tre del pomeriggio si stava preparando una schifosissima insalata dalla busta. Non aveva fame, non gli veniva mai voglia di mangiare, soprattutto non quella roba, ma qualcosa doveva pur mangiarla. Mentre sparecchiava si spensero anche le luci. Ci mancava solo quello.

Decise di aspettare.

Erano passate altre due ore quando ricontrollò il telefono: erano le cinque, nessun segnale. Cominciava a sentirsi alienato, fuori dal mondo. Da fuori non proveniva nessun rumore, non vedeva nessuno affacciato o sul balcone, nessuno per strada.
La televisione ancora non funzionava.

Si mise le scarpe e una giacca qualsiasi e uscì con gli occhi sgranati.

Nessuno. Non c’era nessuno per strada.

Sembrava di vedere una puntata del TG5 durante la prima ondata. Il suo respiro condensato era l’unico spettro che lo accompagnava per le strade deserte. Si aggirava silenzioso: aveva paura che emettere un suono avrebbe fratturato l’aria di cristallo.
Ovunque si girasse c’erano palazzi color crema, strade grigie, tetti marroni, edifici e case e muri neri e ocra. Nessuna silhouette. Nessuna sagoma umana.

Non sapeva cosa pensare. Cominciò a correre e a sbraitare. Correva e correva, urlava e correva. Lanciò la giacca per terra, era fradicio dal sudore, moriva di caldo. Di sicuro era paonazzo.

«Dove siete? Non potete avermi abbandonato tutti» urlava e correva: «Dove cazzo sono finiti tutti? Vi prego, qualcuno mi risponda!» un piede e poi l’altro piede. Poi di nuovo quello di prima e così via. Il cuore sembrava volere uscire dal petto a farsi una passeggiata.
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Respira, respira, urla. Un passo, due, tre, quattro passi, passi, camminare…

«C’È QUALCUNO? C’È QUALCHE PERSONA? PER FAVORE QUALCUNO MI RISPONDA, VI PREGO, VI PREGO, VI PREGO. NON SO COSA FARE.»

Il cielo era grigio, gli prudeva la testa. Inciampò e cadde contro il bordo di un marciapiede.
La faccia e la bocca percosse da diverse scosse di dolore.
Si alzò in piedi.
C’erano due denti per terra. Sangue colava nel tombino sotto al marciapiede. Pezzi di dente ancora in bocca.

Nonostante questo continuò a camminare per ore.

Suonò un campanello, aveva aspettato una trentina di minuti seduto su un marciapiede prima di prendere coraggio. Non rispose nessuno. Suonò un altro campanello: non rispose nessuno un’altra volta. Suonò a un terzo appartamento: rispose una signora con la voce rotta, chiedeva cosa voleva, Mirko non sapeva che rispondere e corse via.
Allora qualcuno c’era! Allora perché nessuno era sceso per strada? Perché non funzionavano i telefoni e nemmeno l’elettricità?

Proseguì nella sua lunga camminata.

Si stava facendo buio. Faceva un freddo cane, se ne accorgeva solo ora.
Catarro nella sua gola. Aveva preso tanto freddo.
Quella paura che parte dal fondo del cervello quando prendi un raffreddore.
Non ne puoi essere mai sicuro al cento per cento.
Si raschiava la gola e camminava pestando.
Una brutta sinfonia: rumori secchi, rumori fastidiosi, sui marciapiedi e le strisce pedonali.

Un’altra sera stava arrivando. Un’altra giornata era passata.

Procedendo trovò qualcosa che non avrebbe mai pensato di vedere: un centinaio fra uomini, donne, adolescenti, adulti, vecchi. Erano riuniti davanti a lui.
Alcuni erano sdraiati per terra, sull’erba del parco o sotto ai palazzi.
Altri erano seduti sul marciapiede o sulle panchine.
Alcuni piangevano, la maggior parte guardava fissa il vuoto.

Un ragazzo si tirava dei pugni sulla testa e sulla faccia.

Una ragazza stava toccando dei tagli che aveva sul braccio. Erano rossi come arance. Appena si accorse di essere osservata ritrasse il braccio nella manica e si rannicchiò.
Mirko scoppiò a piangere.
Chiese a una persona cosa stesse succedendo. Quella sembrò riprendersi per un attimo da un incantesimo: «Non lo so. Forse hanno tutti capito come vanno le cose».
«Cosa intende? In che senso? È un flash mob?» aveva il moccolo fin sulle labbra, non ci vedeva più dalle lacrime. La donna tirò fuori un fazzoletto e glielo porse, lui soffiava rumorosamente.

«Per trent’anni mi sono sentita immortale. Mi sono sentita come se tutto questo fosse per sempre. Certo, a volte mi sentivo più giù: quando morì mio padre feci fatica a tenere il passo con l’università, ma ogni mattina mi svegliavo e mi alzavo dal letto senza pensarci» continuò lei: «ma stamattina non sono andata a lavoro. Non riuscivo a non pensarci, non riuscivo ad accettarlo. La fine. Ho pianto e pianto, come ho fatto tutti questi anni senza realizzarlo?».

Fece una pausa, poi riprese: «Mi chiedevo: “come fa la gente ad alzarsi tutte le mattine senza pensarci?” Poi sono uscita e ho visto questo. Evidentemente mi sbagliavo: qualcuno se n’è reso conto, in fondo.»
Mirko si abbandonò sul marciapiede, la donna riprese a fissare il vuoto.

Faceva un freddo.

Guardò se il telefono funzionasse, per istinto aprì YouTube: non prendeva ma la pagina era rimasta caricata sull’ultimo video che aveva visto. Era la sigla di un cartone che guardava da bambino, il suo preferito.
Nemmeno all’epoca era un bambino sereno, a pensarci bene. Lesse il testo.

“Vieni insieme a me, lì nel bosco a passeggiar,
Fra le api e le farfalle, a far quel che ci va.
Vieni insieme a me, sotto l’albero lassù,
Guarderemo l’acqua e il cielo,
Come in sogno sarà blu…”

Si strinse forte nelle spalle e rimase là coricato. Altre persone li stavano raggiungendo.

all pictures by Brendon Burton.

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