A conti fatti

un racconto di Maria Rossi.

Ho smesso di contare i nostri appuntamenti alla nostra quinta uscita.

Non so perché ho scelto proprio la quinta uscita. Lo sai che sono fissata col tre e il cinque, quindi avrei potuto scegliere la terza. Soprattutto se consideriamo il fatto che al nostro terzo appuntamento mi hai baciata.

È stato un bel bacio.

Non lo so in realtà, se è stato bello davvero, perché non ho termini di paragone. Però so che non avevo mai percepito tanta tenerezza da un estraneo prima di allora, riservata solo a me. Forse non l’avevo mai percepita da nessuno. Allora forse è stato davvero un bel bacio. Non lo so, davvero, non lo so.

So solo che non voglio smettere di baciarti nella mia piccola macchina rossa che ti piace tanto a cui ho dato un nome ridicolo. Lo sai che mi piace dare nomi agli oggetti.

Mi piace ascoltarti. Ti guardo in silenzio parlare di qualcosa che ti piace, e non pensavo di poter trarre così tanta soddisfazione nell’ascoltare qualcuno che parla di argomenti così sconnessi, gatti, cubi, videogiochi, cibo. Mi piace guardarti mangiare. Mi piacciono i tuoi occhi infantili e il tuo breve entusiasmo per le cose più futili. Mi abbracci come si abbracciano gli amici e mi piace. Ho smesso di contare anche gli abbracci. Dal quinto.

Quella volta mi hai abbracciata per più di un’ora.

Pioveva e sono tornata a casa con i capelli crespi e umidi. Chissà se ti piacerà mai toccarmi almeno quanto a me piace ascoltarti, o quanto mi piace il profumo dei tuoi capelli. Non so se ho menzionato il tuo profumo o i tuoi capelli, sono ubriaca sul divano di mio fratello e anche se c’è gente riesco a pensare solo a quando mi prendi la mano e mi baci dal nulla. E infatti non sto seguendo la loro conversazione.

Comunque mi piacciono i tuoi capelli.

Mi piace vederti sorridere quando ti dico che mi piacciono. Mi piace vederti chiudere gli occhi quando ti bacio sul collo.

A volte vorrei chiederti mille cose, a volte non vorrei sapere niente di te. Vorrei solo lasciarti dormire sul mio petto, se sapessi di darti un po’ di tranquillità. In realtà io non dormirei, non voglio dormire con nessuno, chissà che faccia ho mentre dormo, magari sbavo, russo, magari parlo nel sonno o magari rido.

Magari mi torna quell’incubo che facevo da bambina, e che ogni tanto faccio anche ora, quello dove sono chiusa in uno spazio troppo piccolo e provo a urlare, ma la voce non mi esce, ed è buio, te ne ho parlato? Sono sicura di no, non l’ho mai detto a nessuno, mi fa tanta paura, sarà per la mia claustrofobia, ma di quella te ne ho parlato, perché ogni volta che siamo in un ascensore mi parli per distrarmi.

È bello vedere come diventi piccolo tra le mie braccia.

Chissà com’eri da piccolo, se avevi già questa risata esagerata e insensata, spero tu non fossi cupo come me. Che poi sono rimasta un po’ cupa, con i miei vestiti neri, il mio trucco pesante, i capelli sempre sottosopra, la voce bassa, la mia strana postura.

Ti piace il marinaio che mi sono tatuata? L’ho fatto per nonno.

A lui non piacerebbe. Ho dimenticato la sua voce.

Basta, non mi piace questa sensazione, non sento il controllo. Non ho mai pianto davanti a nessuno, mi abbracceresti se piangessi davanti a te? O saresti disgustato, come quando prendo il gelato alla fragola?

Forse è così che avrei dovuto passare la mia adolescenza, invaghendomi senza cautela, anziché passarla ferendomi di continuo, tormentandomi, cercando sempre il punto di discontinuità tra i miei errori e non trovandolo, ma trovando pace in una solitudine troppo grande per i miei vent’anni. Non so se voglio essere sola. Di solito mi piace. A volte sento la pelle bruciarmi per quanto le pareti della mia realtà distorta e solitaria mi si stringono addosso. In quei casi vorrei che piovesse. Magari l’acqua renderebbe la solitudine più fresca, più tollerabile. So che mi piace essere sola con te su una panchina al parco. Mi piace anche stare con te e il tuo migliore amico. Credo di essergli simpatica, anche se non so perché.

Sono sempre così silenziosa con te.

Non voglio rovinare niente con la mia negatività, col mio malumore, con la mia statica acidità che mi invecchia. Non voglio che tu mi veda per come sono, un misero pezzo di quarzo impuro, fragile, opaca. Forse mi hai vista solo fragile invece. Chissà se ti sei già accorto di quanto sono insicura di tutto, anche di te, ti annoio?

Dimmelo se ti annoio. Non parlo più, non inizio neanche.

Tranquillo, sono abituata al mal di testa, è il nodo delle mie frustrazioni che mi preme sulla fronte, non è grave, non ti dispiacere. Forse non ti annoio, ho visto che una volta hai sorriso mentre raccontavo una cosa che non sapevi, guardandomi dritta negli occhi. Che imbarazzo, dovresti smetterla di guardarmi. Non ho niente da dirti. E poi so sempre di fumo, fumo troppo e se sono con te fumo anche di più perché mi innervosisci. Nella mia testa è esattamente ciò che prova una quindicenne con una cotta.

Dio mio, che schifezza, che noia. Non voglio mai più sentirmi così.

In realtà ho mentito, non sei tu a innervosirmi, è il peso della consapevolezza della mia mediocrità a intrufolarsi e a innervosirmi, tu mi tranquillizzi, quando mi chiami per nome mi sembra di poter accettare il mio nome così strano. Perché tutto ciò che mi riguarda è strano e contorto? Io vorrei una vita stupida e semplice, studiare a memoria tanto per prendere trenta e far felice mia madre, vedermi bella, e scrivere tanto per il gusto di farlo, e non per togliermi il veleno dalle orecchie.

Sono ancora quella bambina arrabbiata che si morde le mani e le braccia fino a lasciarsi i lividi, pur di non piangere.

Meno per meno fa più, no? Se mi faccio più male, forse non fa più male. Non voglio dirti queste cose. Meglio vuota che sporca, meglio silenziosa che tetra.

Basta parlare di me, mi fa di nuovo male la testa. Mi baci anche se so di fumo? Sì, mi hai detto che ti piace. Assurdo. Sei proprio strano. Però mi piaci. Saranno i capelli. O quando smonologhi per un’ora di fila.

Sono egoista.

Voglio continuare ad assorbire ogni singola lettera dei tuoi monologhi infiniti, per poi guardarmi nel riflesso dei tuoi occhiali sempre sporchi. Puliscili ogni tanto, dai. Ah, e guida piano, lo sai che sono ansiosa. Oppure no, insomma, chi sono io per dirti cosa fare. Mi mandi un’altra foto dei tuoi cani?

all pictures by Mateusz Żurowski.

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