Lettera d’addio

un racconto di Giulia Jo Zavaroni.

Ci separava una notte, una sola, avrei potuto giurarlo.

Camminando lungo il canale intravedevo la tua ombra passata o futura sull’altra sponda. Come me, camminavi.

A intervalli regolari osservavo il prodotto della mia immaginazione allungarsi e accorciarsi sotto il fascio di luce ogni volta di un nuovo lampione, accompagnato dal frinire della lampadina sopra la mia testa, sopra la tua.

 Una notte ci separava.

Per settimane continuai ad uscire al tramonto per incontrare il miraggio nel fulgore cremisi degli ultimi spasimi del sole, per settimane attesi ogni notte fino a quando, immancabilmente, non sparivi nell’alba. Eppure non mi accompagnasti mai.

Chissà mai se anche tu nella tua notte intravedevi una lunga figura impalpabile, come fosse uno sbuffo di fumo cancellato dal vento prima di poter parere troppo reale, chissà mai se pensando di ingannarti ti lustrasti gli occhiali per sincerarti di aver visto… no, era certo, c’era qualcuno…

Non ti afferrai, non mi afferrasti mai: una notte ci separava.

Sai, iniziai una sera a riversare nel canale le mie turbe. Non ebbi mai la certezza che l’ombra all’altra sponda mi ascoltasse. È migliore la solitudine di chi accetta il proprio abbandono o quella di chi si convince almeno a condividere la disperazione con i propri fantasmi e notte dopo notte insegue ostinato l’impossibile? È giusto rinunciare o continuare a fiutare l’aria dietro una chimera, se rinunciare non significa perdere qualcosa che si ha, bensì qualcosa che non si sarebbe mai raggiunto, mentre la speranza è ormai flebile e tuttavia non può spegnersi?

Credetti una notte di vedere nell’ombra il grande schema delle cose, lo vedesti anche tu?
Credo che mi fece paura averlo lì nella sua strabiliante insignificanza, ed infatti abbassai gli occhi e neppure ricordo cosa vidi.

Quando li rialzai, l’attimo mi era scivolato di mano e ti perdesti insieme al riflesso della luna nelle increspature dell’acqua.

Pensai che ad ogni modo mancava poco all’alba e con la frustrazione degli amanti delusi me ne tornai a letto, una notte avrebbe continuato a separarci.

‘Finii per convincermi che non eri più di un gioco di punti di vista, dei pochi dettagli illuminati nel nero circostante, del tremolio che certe sere d’estate si intravede nell’aria fredda appena sopra l’asfalto, ancora rovente dopo una giornata di sole.

Nelle mie passeggiate notturne iniziai ad evitare il canale quasi ossessivamente, ma senza mai allontanarmi troppo, lanciando ogni tanto un’occhiata nella tua direzione da qualche isolato di distanza. La mia era una condizione disperata, un desiderio morboso che, presentivo, avrebbe finito per distruggermi anche se avessi deciso di non assecondarlo.

Feci di tutto per rompere l’incanto e dimenticare il gioco di prestigio che a lungo mi aveva riportato a quel simulacro incorporeo.

Ma, come spesso le mani intorpidite di un vecchio non hanno dimenticato come amare, non dimenticai mai. Il ricordo delle passeggiate lungo il canale divenne la nenia che mi raccontavo per non perdermi nella risacca dei giorni che andavano e venivano uguali a se stessi.
Forse decisi di allontanarmi per non dover accettare che proprio quella notte ci separasse, per non dovermi rassegnare a non trovarti attendendoti né riesumandoti da un passato chissà quanto remoto.

In fin dei conti, era iniziato tutto come un’illusione che mi era piaciuta più di altre, un semplice trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e, come tale, forse mi convinsi di potermene liberare senza sforzo. Cercai di lasciare l’idea nel retrobottega della mente, contemplandola di tanto in tanto, prendendo in considerazione nei miei dormiveglia la possibilità di assecondarla da lontano, una domanda incompiuta.

Non saprei oggi rendere conto esattamente delle mie ragioni.

A lungo fissai anche la mia immagine riflessa nella finestra che dava sul canale, ma a restituirmi lo sguardo dal vetro sottile non furono mai gli occhi che sempre avevo cercato.
Forse mi sopraffece il terrore, forse vidi dell’irreversibile e fuggii temendo che il salto fosse troppo lungo per le mie gambe rachitiche.

La notte continuò a ergersi, imperterrita barriera invalicabile, mentre in me andava formandosi un senso di errori commessi e di vita perduta.

So, da qualche parte, che dovrò scendere un’ultima volta sulla sponda del canale, so che quella notte tornerò a credere di vedere una parvenza informe d’oscurità abissale incastonata nella fioca luce che la terra ha imprigionato alle prime ore del mattino.

Mi pare di sentirla avvicinarsi sulla pelle, negli spifferi viaggia una voce suadente.

Inspiegabilmente scenderò nell’androne e senza sapere come sarò sulla sponda. Sarai lì.
Non avrò timore, questa volta: riuscirai ad afferrarmi in tempo mentre mi lascio scivolare nell’acqua fredda che per anni ha stregato il mio pensare e il mio sentire e penserò di essere con te.

Invano?

Forse emergerò sull’altra sponda e non mi resterà altro che attendere qualcuno da ammaliare negli anfratti dell’eternità, quella speranza flebile a spingermi e la compagnia di un rimorso.
Sto scendendo lentamente gli scalini di marmo.

all pictures by Eliza Bourner.

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