Fiori gialli

un racconto di Luca Pedone.

Lo studio era colmo di un intenso profumo di rose, e quando la leggera brezza estiva agitava gli alberi del giardino dalla porta aperta giungeva l’effluvio greve dei lillà o la fragranza più delicata dei cespugli rosa dell’eglantina e tutte quelle robe lì.

Insomma, Harry lavorava in questo ufficio vicino al centro della sua città, in cui si occupava di imballaggio ed esportazione di spillatrici colorate.

Non che non amasse le spillatrici eh, ma nel tempo libero era solito dipingere nella soffitta di casa di sua nonna; quella era più o meno l’unica cosa che gli riusciva veramente bene e in cui si divertiva e, quando a lavoro il capo gli faceva buttare tutto l’utile del turno precedente per colpa di un settaggi venuto male, dipingere era anche l’unica cosa che gli tirava su il morale.

Harry aveva diversi modi di dipingere e nessuno di essi era considerabile a norma.

La nonna li conosceva più o meno tutti, perché glieli leggeva in faccia quando lui sbatteva il portone di casa entrando e non ascoltava i suoi discorsi vecchi, per poi salire le scale verso la soffitta. La povera nonna cominciava a non ricordare più bene quello che vedeva o sentiva, perciò la sua amica Katelyn le aveva regalato un’agenda piccola piccola di colore blu scuro, sulla quale la nonnina segnava tutte le faccende importanti della giornata o, e qui chiudiamo il cerchio, gli “umori­da­pittura” di Harry.

Quando la signora Rose, questo era il suo vero nome, scorgeva dalla finestra suo nipote camminare verso casa, apriva subito il suo quaderno blu e scorreva con le dita le righe pre­tracciate dei fogli, tentando di indovinare quale versione di Harry avrebbe visto da lì a poco.

L’umore­da­pittura più frequente, secondo i dati racconti da Rose, era certamente lo scusa­nonna­non­ora. Questo stato d’animo si verificava in Harry ogni volta che si innamorava di una collega o una pianta o ancora un tavolino da caffè esposto da Maison du Monde. Ecco, quando Harry tornava a casa in scusa­nonna­non­ora, si rivelava un abile pittore, degno di essere venduto da Orlando in una nottata di luglio. I suoi gesti erano incredibilmente aggraziati ed eleganti, ispirati da un qualcosa in cui egli si era perduto e da cui aveva tratto ispirazione, come la coppa dell’insalata verde in regalo al Conad a ottobre o gli occhi di Antonio, che sempre a ottobre gli aveva fatto battere il cuore forte forte.

Il secondo umore­da­pittura, in ordine decrescente, era il silenzio. Già.

Questo era l’umore che più preoccupava Rose in assoluto, poiché non fu mai in grado di capire da cosa fosse scaturito. Ella sapeva solo che, durante la salita delle scale fatta senza pronunciar verbo, ad Harry scappava qualche lacrima tenera, come quelle di un bambino che si sbuccia un ginocchio cadendo da un’altalena e, quando poi lei lo spiava da dietro la cassettiera in legno vecchio mentre disegnava sulla tela, lo sentiva tra le costole che qualcosa non andava.

Il terzo umore era senz’altro il preferito di Rose, ed era il nonna­ti­ho­preso­i­fiori.

Quando Harry aveva una giornata degna di nota, o quando il sole filtrava dalla finestra dello studio facendo vedere, ma solo ai più attenti, i granelli di polvere che salgono piano dal parquet, allora Harry prendeva alla nonna i fiori gialli che le prendeva il nonno quando lei si offriva di annodargli la cravatta marrone al mattino presto.

Poi il ragazzo la baciava sulla guancia e sgattaiolava in soffitta a dipingere il legno.

Questa mattina è un po’ diversa dalle altre. Harry non ha urlato il solito Nonna, fai la brava oggi mentre usciva, così come non ha avuto l’umore­da­pittura numero sette, quello in cui torna e prende a pugni la tela finché non spacca quella e il treppiede.

Harry non fa più niente da un paio di giorni in realtà. Questa volta tocca alla nonna portargli i fiori, e tocca a lei piangere lacrime da bambina.

tutte le foto di Ellen von Unwerth.

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