Trinità

un racconto di Veronica Nucci.

Io gliel’avevo detto un milione di volte di stare attenta, di non scherzare con la sorte ma lei se ne era sempre fregata.

Mi faceva anche invidia per quel modo di fare sprezzante che aveva.

Del resto, però, me lo sentivo che prima o poi sarebbe successo qualcosa di brutto.
Alzo il volume della TV, poi l’abbasso, a 13 non può stare. Lo ripeto tre volte fino a lasciarlo sul 12. Il 12 va bene, quattro volte tre. Non riesco a captare tutte le battute del film ma non voglio nemmeno toccare di nuovo il telecomando e poi i dialoghi li capisco anche dal labiale degli attori. Sistemo le pantofole ai piedi del divano, se sono simmetriche va meglio, no?

Dalia è mia amica dalle elementari.

È bella ma forse anche un po’ arrogante. Dico forse perché ci conosciamo da una vita ed è difficile giudicare qualcuno a cui hai voluto bene da bambino. Sono due persone diverse però, la lei adulta e la lei bambina intendo, quello sì. E anch’io ero cambiata da allora e non avevo più molto in comune con nessuna delle due.

Era una di quelle bellezze per cui, secondo me, non servono né trucco né abiti all’ultima moda. Lei però lo faceva lo stesso, si truccava e comprava una marea di capi costosi che poi indossava una sola volta. Io invece avevo pochi maglioni sbiaditi e infeltriti che cambiavo di rado. Prima di indossarne uno pulito dovevo aver messo a lavare il precedente.

Senza eccezioni.

Dalia si metteva chili di fondotinta sulla faccia e rossetti matte, secondo lo stile del momento. Aveva una borsetta per ogni occasione e i capelli profumati di cocco oppure di fragola, sempre freschi di parrucchiere.

Io mi pettinavo da sola, invece, la sera, e quando lo facevo dovevo contare fino a cento, come in quel libro letto da adolescente, Cento colpi di spazzola. Non mi era piaciuto granché a dir la verità ma non l’avevo dimenticato. Spazzolavo e contavo e, se perdevo il conto, ricominciavo imperativamente da capo.

Quando uscivamo insieme, Dalia prendeva sempre la sua Mini, io la macchina non ce l’ho ancora, ho un vecchio Booster sgangherato bianco ottico con cui posso raggiungere il supermercato dove lavoro ogni mattina. Sono addetta alla cassa. Mi piace contare i soldi, da quando sono lì non ho mai sbagliato un resto. Dalia invece, morbide onde di capelli biondi, fa l’influencer.

In auto non smetteva mai di parlare e gesticolare con grazia, mettendo in bella mostra la sua manicure del momento e facendo tintinnare decine di bracciali d’oro e poi non la smetteva di armeggiare con il volume della radio, lasciandolo quasi sempre a 17.

Sembrava farlo apposta.

Avevo già provato a dirglielo, che era meglio non lasciarlo a 17 il volume e nemmeno a 13 se è per quello. Ma lei mi aveva riso in faccia abbagliandomi con le paillettes del suo nuovo gloss. Come sembrava tutto facile per lei. Mi girava la testa in quei momenti, avrei dovuto abbassare o alzare il volume dello stereo in qualche modo, ma non volevo che Dalia mi vedesse.

Quanto era estroversa poi Dalia. Faceva un sacco di dirette su Instagram in cui raccontava tutte le sue cose private. Rigurgitava ogni frammento della sua piccola vita dorata fatta di brioche e cappuccini al mattino e feste esclusive la sera, che lei chiamava, calcando la L, collaborazioni.

Una volta aveva persino descritto ai suoi 450k followers come si faceva il bidet. Cioè, aveva proprio mimato il gesto e la posizione e il bello era che i suoi seguaci le avevano risposto prendendola sul serio, con messaggi privati che lei aveva prontamente ripostato, dispensando consigli sull’argomento o prendendo spunto dal suo gesto, forse per alcuni inconsueto.

Quando ero con lei mi trattenevo dall’aprire e chiudere la borsetta più volte prima di prendere il burro di cacao o il cellulare. Tre era il numero perfetto, non so dove l’avessi imparato. Forse al catechismo da piccola, la Trinità, uno e trino. Quindi i multipli di tre andavano bene. Quattro no, nemmeno cinque, i numeri dispari non mi piacevano. 3: perfetto. La Trinità.

Il cellulare poi. Lo tenevo sempre spento perché qualsiasi cosa balzasse ai miei occhi, un articolo, un post, qualsiasi cosa scritta, avrei dovuto leggerlo fino alla fine. Fino-alla-fine. Cookies compresi. C’era una strana forza che mi spingeva a farlo e dominarla era impossibile.

E poi Dalia sfidava la sorte.

Non so se lo facesse per farmi un dispetto o per mostrarsi più forte di quelle che lei definiva “sciocche superstizioni”. Un giorno che eravamo a casa sua mi annunciò senza tanti preamboli che era incinta. Aveva le lacrime agli occhi dalla gioia. Quando le chiesi di quanti mesi era, però, rabbrividii. Cinque settimane precise, disse. Ero la prima a cui lo diceva anche se non vedeva l’ora di urlarlo al mondo, tanto la sua felicità era incontenibile.

Raggelai di nuovo.

Non puoi fare sul serio Dalia, l’ammonii, lo sanno tutti che va tenuto nascosto fino al terzo mese finito. Non lo dico io, lo fanno tutte le persone di buon senso. Non ti si vedrà la pancia per un po’ e per quanto riguarda lo champagne puoi sempre tenere in mano la coppetta e fare finta di bere no? Ma non riuscii a finire il discorso che Dalia aveva già preso in mano il telefonino.

Con il solito filtro che le gonfiava le labbra e le spianava la pelle, partì con una diretta Instagram, rivelando a tutti la sua novità, avvicinando alla telecamera del telefono un test di gravidanza con due lineette sbiadite su cui due ore prima aveva urinato e sollevandosi la maglietta per mostrare la solita pancia piattissima che si sarebbe mantenuta tale ancora per un po’. 

Iniziai a passeggiare nervosamente nella sua stanza, ogni tre passi mi fermavo e cambiavo il piede di partenza mentre lei sorrideva beata e ignara a un pubblico immaginario.

all pictures by Elena Capra.

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